Giovedì, 24 Giugno 2021
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"Pronti ad aiutare gli aretini", mano tesa della comunità nigeriana. Don Anthony: "Dalla spesa alla farmacia, a disposizione"

Il cappellano dell'ospedale, punto di riferimento della comunità nigeriana, spiega: "Un gruppo Whatsapp per spiegare cosa stava accadendo. Ora siamo pronti ad aiutare gli aretini bisognosi. Diteci cosa possiamo fare"

"Sono don Anthony Osemwengie il cappellano dell'Ospedale e degli immigrati nigeriani qui ad Arezzo. Vi scrivo perché la comunità nigeriana cittadina vorrebbe fare attività di volontariato, per aiutare, anche solo per la spesa, gli anziani o chi ne ha bisogno". Sono parole semplici  ma che arrivano dritte al cuore che scrive padre Anthony. Raccontano come gli immigrati del Paese africano stiano vivendo questi momenti e come vorrebbero essere utili ai cittadini che ne hanno bisogno. Le difficoltà linguistiche, le differenze culturali, si annullano di fronte all'emergenza. E la comunità nigeriana cerca di tendere la mano agli aretini. 

Il parroco si fa portavoce e scrive una lunga missiva per spiegare cosa sta accadendo nella comunità e le situazioni che lui stesso, in qualità di cappellano dell'Ospedale, si trova a dover fronteggiare. 

Come una comunità, dovevamo essere uniti, quindi abbiamo creato un gruppo WhatsApp per tenersi aggiornati. Il mio dovere di cappellano è stato quello di interpretare i decreti emanati quotidianamente dalle autorità e spiegare loro quali erano le nuove disposizioni. Ho dovuto stare attento a non creare paura e tensione nelle menti delle persone. Col passare del tempo, continuavano ad arrivare diverse notizie false. Video e note vocali venivano inviati al gruppo per chiarimenti. Ho dovuto aiutarli a distinguere le notizie false dalle notizie reali.

Erano domande sul perché i paesi africani siano i meno colpiti in tutto il mondo dal coronavirus. Alcuni analisti hanno sostenuto che il virus non sopravvive nelle regioni tropicali. Un'altra domanda pertinente era che se fosse la temperatura a fare la differenza perché allora gli immigrati che vivono in Italia non contraggono il coronavirus? Per questo, non ho una risposta perché la nostra reazione alla minaccia globale è la stessa paura e il panico di un italiano normale. Non stiamo reagendo al virus come nigeriani ma come italiani, perché viviamo in Italia e stiamo vivendo un mistero che ha congelato il mondo intero. Di fronte alla malattia e alla morte, un africano diventa umile e cerca di preservare la sua vita con ogni mezzo. Di fronte a una tale minaccia globale, nessuno parla di razza o colore, ci riuniamo tutti per trovare una soluzione duratura perché ciò che oggi guarirebbe l'Italia, guarirebbe il mondo intero.

E poi la sua esperienza in ospedale, dove incontra i sanitari, i malati e i loro familiari

La paura di contrarre il virus è reale! Ho visto questa paura negli occhi delle infermiere e dei dottori al pronto soccorso alcuni giorni fa quando ho accompagnato qualcuno lì. Questi infermieri e dottori vogliono preservare la vita degli altri a tutti i costi e vorrebbero preservare anche la loro. Quindi, mettere le loro vite in pericolo a causa della nostra negligenza distruggerebbe il sistema sanitario in generale. Per coloro che prendono questo virus come niente e ignorerebbero la legge, vi consiglierei di chiedere ai vostri amici e parenti che lavorano instancabilmente giorno e notte, rischiando le loro care vite per proteggere gli altri negli ospedali. Ne sono testimone vivente.

Come uno dei cappellani dell'ospedale ho il dovere di celebrare le messe quotidianamente (senza i fedeli) nella cappella dell'ospedale per i malati, in particolare le vittime del coronavirus.

La paura della morte è reale. Il pensiero di non vedere i nostri cari e il nostro Paese ci preoccupa. Come altri cittadini italiani, noi restiamo a casa. Abbiamo paura di uscire, prendiamo le precauzioni necessarie per in modo da non contrarre il virus e infettare gli altri. Cerchiamo di aiutare gli altri che non possono uscire a fare le spese in particolare le donne con bambini. Alcuni di noi non sono mai usciti dalle nostre case per il decreto ‘’Io resto a Casa’. Questo decreto preserva la vita e noi siamo tenuti ad obbedire non per la conseguenza di non obbedire ma per ciò che rappresenta. E incoraggiamo gli altri a rispettare il decreto per preservare la propria vita e quella della propria famiglia perché quando un membro della famiglia è infetto, si diffonde.

Siamo disponibili ad aiutare nel poco modo possibile chi non può uscire per fare la spesa al supermercato o in farmacia.

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