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Maxi Asl, Caremani: "Fui l'unico a contestarla. Maggioranza e opposizione sono stati complici"

Il medico stimatissimo dagli aretini interviene nell'acceso dibattito cittadino. "Feci arrabbiare Rossi e la politica prese le distanze. La mia candidatura fu rifiutata dalla Boschi. Ma adesso dobbiamo guardare avanti: serve una seria programmazione"

Marcello Caremani, (foto Arezzo Notizie)

"Si discute della Aslona e non si discute della riforma di Enrico Rossi. Ognuno dice la sua, a distanza di circa otto anni, e ognuno lo fa per motivi personali o politici. Ma la sanità ha bisogno di altro". Marcello Caremani, medico stimatissimo dagli aretini, ex assessore alla Salute della Giunta Fanfani, interviene su un argomento che da tempo infiamma il dibattito politico cittadino. E lo fa partendo dalla sua esperienza professionale e da quella che, fin dai tempi in cui la "grande Asl" fu pensata, è stata una sua battaglia. "Perché - spiega - fui l'unico in più occasioni a dire no a questa rivoluzione che, di fronte alla pandemia, ha mostrato tutti i suoi limiti. E fui isolato". 

A quasi dieci anni distanza, infatti, quella riforma con la quale le aziende sanitarie del territorio furono accorpate, mostra crepe evidenti. I salti mortali fatti dai sanitari per affrontare l'epidemia di Coronavirus rischiano di essere sacrifici vani. Proprio di questi giorni, ad esempio, è la notizia della carenza dei medici al pronto soccorso. "Una situazione critica - sostiene Caremani - frutto degli ultimi anni di riforma". 

Ma partiamo dall'inizio. Cosa accadde otto anni fa?

"Quando Enrico Rossi si presentò alla Casa delle culture, di fronte a una platea composta da molti medici e scarsi politici, per presentare la riforma sanitaria regionale, io fui l’unico che si alzò in piedi contestò punto per punto tutte le cose con cui si stava gloriando".

Ovvero?

"Dissi chiaramente che questa riforma aveva un primo obiettivo, quello di ridurre 2mila posti di lavoro. Ma che in realtà le conseguenze sarebbero state pesanti: non avrebbe portato nessun risparmio, avrebbe demotivato gli operatori sanitari pubblici e avrebbe allontanato i cittadini e gli utenti dal sistema sanitario. All'epoca ero assessore alla Salute in quota Fanfani (non con il Pd) e parlai anche in quella veste. Quando Rossi sentì le mie parole si arrabbiò e lasciò la conferenza. Ma prima che uscisse da quella sala un'altra persona intervenne: il dottor Paolo Martini, ex direttore della Psichiatria di Arezzo, che disse semplicemente: "Deve ascoltare Caremani perché è la nostra voce", intendendo la voce di chi lavorava nella sanità". 

Eppure i rapporti con la Regione a quei tempi erano buoni. 

"Si, con Rossi avevo un buon rapporto. Basti pensare che per gli eventi e i programmi che venivano organizzati in occasione della Giornata mondiale sull’Aids io ero il referente di punta. Vorrei sottolineare però che quella riforma non è stata politica: fu fatta da un burocrate. Me lo confermò lo stesso Bruno Benigni, che era stato assessore regionale alla sanità. Disse testualmente che "i burocrati servono solo per tagliare, non per organizzare o programmare". Nonostante questo, la mia presa di posizione su quanto stavano facendo non piacque: non solo a Rossi, ma alla politica in generale. Lo capii subito. In una successiva riunione, alla quale erano presenti gli amministratori locali, mi ritrovai seduto da solo: i sindaci presero letteralmente le distanze sedendosi a tre o quattro poltroncine di distanza da me. Era un messaggio chiaro".

Un messaggio trasversale?

"Certo. C'erano amministratori di tutte le parti politiche. Ricordo che Stefano Mugnai (oggi Coraggio Italia ndr) proprio in quella occasione intervenne dicendo: "Il Pd ci ha copiato la riforma, siamo noi quelli che l'avevamo pensata”. Quindi nessuno era pronto ad opporsi a quanto poi è avvenuto, nonostante ora le critiche siano feroci". 

Cosa fece a quel punto?

"Nell’arco di tre mesi scrissi un libro, "Rivoluzione in sanità", in cui dimostravo che quella intrapresa dalla Toscana non era la strada da seguire. I risultati li abbiamo sotto agli occhi: in questo momento, ad esempio, il Pronto soccorso della nostra città sta soffrendo per carenza di medici e anestesisti. Ho cercato di spiegare che in sanità serve una programmazione fatta bene, che preveda i bisogni futuri. Altrimenti si rischia di finire in ginocchio come è accaduto in Lombardia. Presentai questo libro alla Borsa Merci: la sala era stracolma di aretini. La città mi dimostrò un grande affetto e per me fu una soddisfazione. Ma ad ascoltare si affacciò un solo politico, che poco dopo se ne andò".

Oggi però tutti si lamentano di quanto sta avvenendo.

"I politici sono tornati ieri l’altro. Ma all'epoca, essendo io un politico non politicizzato, non sono stato preso in considerazione. Addirittura quando diedi la mia disponibilità ad una candidatura, dal Pd mi fu detto, tramite Dindalini, un chiaro no. Perché? Perché la Boschi non mi voleva. Quando uscii dall'incontro però intravidi Matteo Bracciali e mi fermai a parlare con lui. Gli dissi subito: "se ti presenti e concorri alla carica di sindaco ti darò una mano". Ero pronto ad essere comunque al servizio della mia città".

Poi cosa è successo?

"Dopo 4 anni mi è arrivata una richiesta di candidatura alle elezioni dallo stesso Pd, ma a quel punto ho rifiutato,. Non accetto di essere il coniglio da tirar fuori dal cilindro quando serve. Se ero considerato anziano nella tornata elettorale precedente, figuriamoci quattro anni dopo". 

In questi giorni il dibattito sulla sanità continua ad infiammare Arezzo e le sue vallate. Ma è possibile tornare indietro? Cosa si può fare adesso?

"Tutti sono contro la aslona, ma non si può distruggere in un colpo tutto quello che hanno voluto fare, tacendo e acconsentendo. Perché maggioranza e opposizione non si fecero sentire. Con Giorgio Ventoruzzo abbiamo scritto un altro libro, "La sanità che vorrei”, nel quale abbiamo preso in considerazione vari aspetti della sanità pubblica. Attraverso quelle pagine proponiamo di guardare i punti di criticità per poterli risolvere. Il grande problema è che ci stiamo dimenticando di chi lavora con attenzione e impegno in sanità. La progettazione andrebbe rivista, perché ad oggi è sbagliata. Nei prossimi 10 anni ci sarà ancora carenza di medici e di personale sanitario: perché è stata sbagliata la quota di giovani che si possono iscrivere a Medicina e specializzare.

Abbiamo regalato questo libro all'assessore regionale alla Sanità. Mi auguro che quanto esposto venga compreso: aziende sanitarie troppo grandi demotivano il personale e allontanano dal sistema sanitario pazienti e utenti. Spero che si riesca a intervenire".                        

Ma durante la pandemia come se l'è cavata la sanità aretina?

"Molto bene. Abbiamo avuto reparti d’eccellenza, come Malattie infettive, Terapia intensiva e Pneumologia che hanno fatto fronte egregiamente a questo tsunami. I posti letto e i medici però erano pochi. Lo scenario che avevamo di fronte non era come la pandemia di Suina del 2009, che fu fermata perché c’era un vaccino. In questo caso è stato necessario e lo sarà in futuro un impegno economico importante in sanità. Senza investimenti non avremmo messo un freno alla pandemia come sta accadendo in Brasili, in India e in alcune realtà degli Stati Uniti".

Cosa ci dobbiamo aspettare a settembre? Andremo verso un ritorno alla normalità?

"C'è speranza, ma è necessario che le persone si vaccinino ancora. La gente deve superare la paura e i no vax la smettano di raccontare le loro storie false altrimenti non ne usciremo"

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