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Abdou Diouf

Abdou Diouf

Biologo molecolare, pallavolista, scrittore: da oggi anche italiano. Ab: "Eppure sono cresciuto ad Arezzo"

Autore del romanzo "Il pianista del Teranga", Abdou Diouf, senegalese, ha da poco ottenuto la cittadinanza italiana dopo una trafila burocratica durata 4 anni: "Lo Ius culturae è un diritto per tante persone come me. Ma non si farà mai, la politica ha paura"

Una vita che ne contiene già mille a trent'anni. E' quella di Abdou Mbacke Diouf, "Ab" per gli amici, pallavolista ex professionista, oggi biologo a Roma. E pure scrittore: ha all'attivo due romanzi, nati sulla scia di un exploit social a metà dello scorso decennio. In forma anonima pubblicava pensieri e racconti su Facebook, la pagina - diventata seguitissima - l'ha messo in luce con l'editore Goware Firenze.

Nato in Africa, in Benin, da genitori senegalesi, è il primo di 5 figli, i più giovani dei quali nati ad Arezzo. Lui si è trasferito in Toscana da piccolo, assieme a mamma e babbo: aveva soli 5 anni. Qui ha speso la sua gioventù, frequentando le scuole aretine, prima di iniziare il percorso universitario a Firenze e votarsi, per alcuni anni, alla pallavolo: fisico, talento, impegno, gli hanno permesso di mettersi in luce su e giù per lo Stivale come schiacciatore in Serie B.

Il volley oggi è rimasto come passione, mentre il lavoro di Ab è quello di biologo, in un laboratorio della Capitale, dove si è trasferito. Quando il tempo avanza, c'è la scrittura. L'ultimo suo romanzo si chiama "Il pianista del Teranga". Fatica letteraria ultimata qualche mese fa, prima dell'ottenimento della cittadinanza italiana, il cui iter, iniziato ben 4 anni fa, si è appena concluso: manca soltanto la cerimonia in Comune.

Cominciamo dal volley: cos'è oggi per te?

"Dopo il lungo lockdown avevo deciso di smettere, ma, dopo quasi un anno senza fare sport, la passione ha prevalso. Nonostante il lavoro e la stanchezza, finché proverò entusiasmo a preparare la borsa per andare in palestra, continuerò a ritagliarmi del tempo per giocare Oggi ho ricominciato a Civita Castellana. Con la società abbiamo trovato il giusto compromesso non avendo più il tempo di allenarmi tutti i giorni come facevo in passato. Iniziai col Volley Arezzo nel 2007, poi ho fatto molte esperienze tra Toscana, Liguria, Campania e Lazio. Nel 2017, dopo la laurea specialistica, ho iniziato a pensare che questa parentesi della mia vita, bellissima, dovesse lasciare lo spazio a qualcos'altro, ciò per cui ho studiato per metà della mia esistenza. Oggi a trent'anni so che la mia professione è quella di biologo, non più di pallavolista".

Dove lavori?

"In una clinica privata romana, si chiama Ars medica, un'eccellenza per la Capitale. Faccio il biologo molecolare, eseguiamo tutti i tipi di analisi. E a questo puntio faccio una battuta: leggo dentro alle persone".

Torni spesso ad Arezzo?

"Mi muovo in treno, prevalentemente. Torno quando posso, le restrizioni legate alle pandemia non aiutano. Ma ad Arezzo c'è la mia famiglia, gli amici di una vita. Nonostante non viva più qui da più di dieci anni, è la mia città, quella in cui sono cresciuto. Ma una cosa devo ammetterla, uso il navigatore per muovermi, ogni volta che ritorno".

Parliamo della scrittura. Come hai iniziato?

"Per gioco, attraverso una pagina pubblica di Facebook intitolata 'Accettare con serenità che certe cose non le accetterai mai con serenità'. Pubblicavo miei pensieri e racconti in forma anonima, mi firmavo semplicemente come 'Ab'. Ha più di 135mila follower, anche se non la curo più come in passato e, dopo la pubblicazione dei romanzi, sono uscito dall'anonimato. Mi contattò una professoressa, che mi fece da tramite con l'editore Goware di Firenze. E così è nato il mio primo romanzo: 'E' sempre estate' (arrivato secondo al premio Tagete 2021, nda)".

Curioso: un biologo he si dà alla letteratura.

"Una forma di evasione. Mi sono avvicinato alla scrittura per distrarmi dallo studio scientifico universitario. Chissà, forse se avessi studiato lettere, avrei preso lo scrivere e la lettura come degli obblighi e non come piaceri".

Come è stato uscire dall'anominato?

"Ad Arezzo solo alcuni amici sapevano che ero io a curare quella pagina Facebook. Non volevo farlo sapere, invece poi è stato bello".

Il tuo ultimo romanzo si intitola "Il pianista del Teranga". E' ambientato in un bar immaginario, i protagonisti della narrazione si muovono al suo interno. Come mai "Teranga"?

"Teranga è una parola tipica del mio Paese di origine, il Senegal. Vuol dire 'ospitalità' e 'accoglienza'. Quel bar non esiste, ma l'ispirazione per la descrizione l'ho trovata in una locale di Marcianise, che frequentavo dopo gli allenamenti di pallavolo. Mi sedevo al tavolo e osservavo, cogliendo spunti utili".

Il protagonista è un ragazzo introverso, che si confronta con una figura matura come il gestore del bar, Samba. Come hai costruito questi personaggi?

"Il pianista ha alcune caratteristiche che spesso la società considera limitanti. E' silenzioso, quando parla è balbuziente. Ma poi si schiude il suo mondo, piano piano. E quei tratti che siamo abituati a considerare da 'sfigati' possono tramutarsi in punti di forza per una persona. 'Alle volte uno si crede incompleto e invece è solo giovane', diceva Calvino. In ogni personaggio, comunque, ho cercato di trasferire parte di me stesso".

Si parla d'amore, di sofferenza. La narrazione è disseminata di indizi che conducono a grandi personaggi del presente e del pessato. Che tu rendi frequentatori di questo magico bar: musicisti, grandi pensatori, scrittori. Da Bob Dylan a Margherita Hack, solo per citarne alcuni. Come li hai selezionati?

"Sono tutti grandi personaggi a cui sono molto legato. Figure di riferimento, da cui trarre ispirazione. Fanno parte, per così dire, del mio personale 'pantheon'. Ho lasciato alcuni indizi: il lettore che vorrà, potrà divertirsi a scoprirli".

C'è anche un po' di Arezzo in questo libro...

"Ho finito di scriverlo al bar Morini, nei locali al piano di sopra. E poi ci sono riferimenti alla città che ho vissuto sin da piccolo. C'è 'Mare di mezzo', la chitarra creata dal liutaio cortonese Giulio Carlo Vecchini con parti degli scafi dei migranti approdati sulle coste del Mediterraneo. Mare di mezzo è diventata una canzone della Casa nel Vento e ho avuto la possibilità di partecipare al videoclip. Ho conosciuto Fancesco Moneti, i "Modena City Ramblers" sono il mio gruppo preferito. Grazie a lui ho poi conosciuto Sauro e Luca Lanzi. Quella di Mare di mezzo è una storia bellissima".

A proposito, tu parli anche di immigrazione, con la consapevolezza di chi in Italia è cresciuto, ma che italiano - formalmente - è soltanto da poco. Cosa ne pensi?

"Mi sembra che si stia attraversando un periodo più sereno rispetto al recente passato per il dibattito sul tema immagrazione, spesso inquinato dal pregiudizio. Certo, frequentando i social mi imbatto in commenti allucinanti, ma poi non ritrovo questa cattiveria nella vita reale. Può darsi anche che una persona razzista non abbia il coraggio di esternare questi pensieri al di fuori dell'ambito virtuale. Peraltro io non ho mai avuto gravi problemi legati al razzismo ad Arezzo e in Italia, in generale. Arezzo si è comportata bene con me e la mia famiglia. Ecco, non riesco a dare una valutazione complessiva del fenomeno. Purtroppo, registro ancora tanti pregiudizi, piccole cose frustranti. Mi accorgo delle persone vicino a me, mentre vado al lavoro col mio zaino, in metro o sul bus, che mi scambiano per un ambulante. Perché in Italia non siamo abituati a vedere persone nere in altri ruoli. Perquanto riguarda la cittadinanza: ho potuto chiederla soltanto al 18esimo anni di età. E non l'ho fatto subito. Ho avviato l'iter nel 2017 Dopo tanti anni mi è arrivata l'ufficialità della fine del percorso. Manca solo la cerimonia in Comune. Sono contento di questo, meno contento perché serve lo Ius Culturae. Ho studiato ad Arezzo, vissuto in Italia per quasi tutta la mia esistenza. La cosa che più mi dispiace, è che non se ne parla: è solo un fatto di voti. Se fosse estesa la cittadinanza rapidamente a italiani di seconda generazione, alcune forze che si oppongono allo Ius Culturae perderebbero percentualmente consensi".

Nel romanzo parli anche di religione, con una prospettiva molto ampia. E' un tema che ti interessa personalmente?

"Sono musulmano, credente e praticante, anche se coltivo i miei dubbi essendo uomo di scienza. Nei confronti dell'Islam sono diffusi pregiudizi, nel mio piccolo mi attivo per combatterli, ho cercato di aprire le porte di questo mondo ai miei amici, invitandoli ad eventi che facciamo durante l'anno. L'unico modo di superare le barriere, religiose, culturali, è la conoscenza. Il pregiudizio è solo una conseguenza della pigrizia, del rifiuto di sapere. L'Islam è una religione di pace, come lo sono molte altre religioni".

Hai avuto modo di tornare in Senegal?

"Sì, due volte. Una ero piccolo, un'altra più di recente. E' stato bello rivedere i miei familiari. E poi è il paese della Teranga, dell'ospitalità. Purtroppo in questi giorni è attraversato da gravi tensioni, come non se ne vedevano da tempo. I media occidentali non devono abbassare l'attenzione rispetto a ciò che sta succedendo.

Hai provato sensazioni particolari nel tornare in questa terra?

"Sì, la felicità. Quella che ti fa pensare che... è sempre estate".

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