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Domenica, 14 Agosto 2022
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La fiaba del Colibrì e il bisogno di "fare ognuno la sua parte". La storia di Ab: scrittore, biologo e pallavolista

La prima neve vista ad Arezzo, il set de La Vita è bella alle elementari, i libri di successo e quel messaggio lanciato dal palco di TedX Bologna. L'aretino Abdou Diouf si racconta

Quando arrivò dal Senegal aveva solo 5 anni. Era dicembre e ad Arezzo, quel giorno, nevicava. "Io non avevo mai visto la neve e ricordo ancora la sorpresa di quel momento". Da allora sono passati quasi 30 anni ed Abdou Diouf è diventato un uomo che ha realizzato più di un sogno: ex pallavolista professionista, biologo molecolare, scrittore. Sulle spalle ha un bagaglio di esprienze di cui fa tesoro e nel cuore un messaggio grande che proprio nei giorni scorsi, con il suo accento aretino, ha deciso di condividere salendo sul palco di TedX Bologna. "Si parlava di cambiamento climatico e migrazioni, avevo pensato di affrontare la platea con un monologo che puntasse sulle mie competenze di biologo. Poi però mi sono guardato dentro e ho capito che dovevo mettere insieme il mio vissuto, presentandomi per quello che sono". 

In venti minuti ha portato il pubblico dentro ad una delle fiabe della sua infanzia senegalese: la storia del colibrì che tenta di spegnere un incendio trasportando con il suo minuscolo becco una goccia d'acqua alla volta. "Ognuno faccia la sua parte, dice agli altri animali. Ed è proprio questa è la riflessione che ho invitato a fare".

"Ognuno faccia la sua parte" è stato in realtà anche uno dei leit motive del biologo di 32 anni che oggi lavora in una clinica di Roma, ma che ad Arezzo torna per rivedere i suoi familiari. E' questa infatti la città dove il padre decise di mettere radici e, dopo anni di lavoro, di portare la moglie con i figli. 

"Era il 1994 quando sono arrivato", racconta Ab. "Vivevamo in piazza San Jacopo e il mio babbo era uno dei primi migranti approdati, molto tempo prima, ad Arezzo". Un anno di scuola materna, poi le scuole elementari alla Gamurrini. "Ho ricordi bellissimi. Come quando nel 1997 la mia classe fu coinvolta nelle riprese del capolavoro "La vita è bella". Io seguii tutto, ma di fronte alla telecamera non ci andai: per motivi storici, mi spiegarono le maestre. Negli anni in cui era ambientato il film in Italia non c'erano migranti. Con il senno di poi, studiando e capendo l'importanza di una ricostruzione storia all'interno di un'opera, capisco benissimo cosa mi volevano dire. E ricordo comunque quell'esperienza con molta gioia". 

Non ricorda invece episodi di discriminazione: "Il clima all'epoca era molto più sereno. Da adolescente ho frequentato l'Itis, scuola che consiglio sempre quando incontro i ragazzi, e non ho mai vissuto episodi di razzismo. Oggi però le cose sono cambiate, certi termini, certi atteggiamenti sono stati sdoganati: le mie sorelle che frequentano ancora la scuola in città mi raccontano di episodi discriminatori molto forti anche ad Arezzo. Questo mi dispiace e vorrei dire che spesso i giovani si comportano seguendo la moda, ma che le famiglie hanno un ruolo importante in tutto ciò. E' necessario che ognuno faccia la sua parte". 

Con leggerezza e con ironia sul palco di Ted Ab ha raccontato episodi della sua vita quotidiana: "Come quando arrivai per la prima volta a Firenze, ingaggiato da una squadra di pallavolo. Camminavo con il mio borsone per gli allenamenti sulle spalle: ad un certo punto mi resi conto di aver bisogno di indicazioni stradali, allora mi avvicinai a un passante che mi guardò e prima che aprissi bocca mi disse "non ho soldi". Che rispondere? Mio padre mi ha insegnato ad aiutare chi ha bisogno, allora tirai fuori due euro di tasca e glieli diedi". E anche in tempi post pandemia gli equivoci - sui quali sorride ma che da soli mostrano cosa stia accadendo in Italia - non mancano: "Quando entro in un ristorante, capita che il personale mi si avvicini per affidarmi i piatti da consegnare a domicilio: mi scambiano per un rider. Io gentilmente spiego che vorrei semplicemente sedermi al tavolo e mangiare". 

Oggi Ab sta lavorando al suo terzo romanzo. Il primo dal titolo "E' sempre estate" e il secondo "Il pianista del Teranga", hanno avuto successo. Tanto che le presentazioni sono avvenute - pandemia permettendo - anche nelle scuole, di fronte a platee di studenti.  "Mi piacciono le sfide e vorrei mettermi in gioco con qualcosa di diverso rispetto ai romanzi precedenti. E' una nuova sfida, ma per scaramanzia non voglio dire altro". L'amore per la scrittura è sbocciato quando andava all'università a Firenze. Galeotta fu una pagina Facebook intitolata 'Accettare con serenità che certe cose non le accetterai mai con serenità' dove in forma anonima pubblicava pensieri e racconti. In poco tempo la pagina divenne seguitissima e su di lui caddero gli occhi di un editore: Goware di Firenze. 

"Forse, se mi fossi iscritto a lettere, non avrei mai scritto romanzi", dice oggi. "Perché per me la scrittura è stata un gioco, un diversivo. Che mi sta dando davvero tanto". 

Poi si guarda indietro e ci tiene a sottolineare: "Ringrazio molto i miei genitori. Perché quando si emigra si trovano solo lavori difficili, faticosi: è quello che è accaduto a mio padre. E spesso i figli dei migranti iniziano presto a lavorare per aiutare la famiglia.  Mio padre ha sempre fatto l'operaio e non si è mai fermato per permettermi di trovare la mia strada, studiare, fare l'università. Gliene sono molto grato". 
 

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