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Mercoledì, 26 Giugno 2024
8 marzo

Dal part-time non voluto alla violenza economica dentro casa. L'emergenza, anche aretina, della condizione femminile

Dai sindacati e dal centro anti-violenza del Pronto Donna massima attenzione alla figura della donna che è spesso l'anello fragile nel mondo del lavoro. La vulnerabilità esplode quando poi in casa c'è un uomo maltrattante

Donne che in poche hanno un conto corrente proprio, più o meno forzate al part-time, le prime a perdere il posto in caso di crisi, pronte a licenziarsi per la cura dei figli dopo la maternità. Vittime del gap salariale, del precariato e della frammentazione del mondo del lavoro, operano concentrate nei settori che hanno paghe base più basse e hanno difficoltà a fare scatti in alto in carriera. Donne che hanno poca alfabetizzazione finanziaria, facili vittime di violenza economica e psicologica da parte del partner aggressivo.

Con tutte le dovute eccezioni e di storie di donne che sono fuori da queste statistiche negative, anche ad Arezzo è così. Sia che si tratti di coloro che sono nate qui, sia che arrivino da paesi più o meno lontani del mondo. 

Le condizioni che penalizzano la donna nel lavoro

"Per legge, nei contratti collettivi nazionali non c'è distinzione di condizioni salariali tra uomo e donna, ma è lo stato di fatto dentro le singole aziende a provocare il divario di genere - spiega Alessandro Tracchi segretario generale della Cgil di Arezzo - Questo perché non ci sono politiche adeguate di conciliazione dei tempi tra famiglia e lavoro. La donna così ha più difficoltà a fare gli straordinari, a dare al datore di lavoro quella flessibilità e presenza richiesta per fare scatti di carriera e quindi non otterrà il riconoscimento dei superminimi e sarà più difficile per lei arrivare a ricoprire ruoli con retribuzioni più alte. Un quadro questo che è figlio della cultura della nostra società rispetto al ruolo della donna. Inoltre quando l'azienda va in crisi sono le donne a pagare per prime, hanno un alto tasso di lavoro part-time, ma quanto questo è uno strumento imposto e quanto frutto della volontà delle lavoratrici? Infine le donne sono fortemente inserite nelle filiere e nei servizi di settori che vanno spesso in appalto. Il lavoro è sempre più frammentato e a ogni passaggio avvengono le riduzioni dell'orario di lavoro che la donna è costretta ad accettare pur di mantenersi un reddito in un sistema che è ricattatorio e che non riconosce nemmeno il livello di formazione, di professionalizzazione che hanno, ad esempio, tutte coloro che si occupano dei servizi alla persona."

Il part-time involontario oltre il 60%

"Osservo che la condizione femminile nel mondo del lavoro non sta migliorando in termini economici - aggiunge Silvia Russo, segretaria provinciale della Cisl di Arezzo - Il gap salariale è alto e questo perché anche nel nostro territorio c'è un vasto ricorso al part-time che riguarda soprattutto le donne e il dato più eclatante è che oltre il 60% è un part-time involontario, cioè non richiesto dalle donne, ma che vengono colpite perché impiegate soprattutto nelle attività più fragili come quelle del socio sanitario, della cura della persona che siano anziani o disabili. È un mondo di orari ridotti e paghe base basse come nelle imprese di pulizie o nelle cooperative che si occupano di soggetti fragili, tutti lavori non a tempo pieno. È un problema non considerato come tale, come quello del peso della cura familiare, dei figli. Tante ragazze si dimettono dopo la maternità. Da non dimenticare poi la questione di accesso al mondo del lavoro dopo gli studi. Ad Arezzo ci sono tanti laureati e il maggior numero sono donne che però hanno sbocchi lavorativi in settori con paghe base basse come quello del mondo della cooperazione. Anche l'Università ad Arezzo offre facoltà che costruiscono un lavoro dove si guadagna poco come quello nei servizi alla persona. Servirebbe un cambiamento radicale anche in questo senso."

La violenza economica dentro le mura di casa

"La violenza economica è in aumento - afferma senza mezzi termini Loretta Gianni, presidente del centro antiviolenza di Arezzo - Lo rileviamo anche noi alla sede del Pronto Donna. C'è sicuramente più consapevolezza del potere economico che viene a mancare alla donna in certi casi, riconoscono che anche quella è violenza, ma c'è anche più attenzione istituzionale al fenomeno e quindi più formazione e più cultura. Ci sono episodi in cui alle donne viene fatta firmare la fideiussione per l'azienda del marito, oppure viene obbligata ad accettare la cessione del quinto dello stipendio, viene impedito di avere accesso a finanziamenti. Si pensi che solo 1 donna su 3 ha un conto a proprio nome. E pensare che è solo dal 1965 che le donne sposate in Italia possono avere un conto corrente intestato a loro. Pochi giorni fa in un incontro a scuola - racconta ancora Loretta Gianni - ho citato una frase della canzone di Angelina Mango "business, parli di business, intanto chiudo gli occhi per firmare i contratti" per dire quanto il mondo del lavoro potrebbe fare per rendere meno vulnerabili le donne invece che far firmare loro dimissioni in bianco per quando restano incinta o altri accordi che in realtà sono solo lesioni di diritti fondamentali. È necessario lavorare sempre di più sul tema dell'alfabetizzazione finanziaria per le donne."

Il potere finanziario del partner maltrattante

"Come Pronto Donna stiamo lavorando molto sull'identificazione della violenza economica - aggiunge la direttrice del Pronto Donna Elisa Serafini - e questo ha portato a scoprire molti casi nei quali spesso il maltrattante ha messo in atto sia la violenza psicologica che quella economica, rendendo le donne non autonome, sottoposte a un potere finanziario del partner. E anche coloro che hanno intrapreso il percorso di uscita dall'abitazione dove si è consumata la violenza si trovano in condizioni di fragilità perché non ricevono gli alimenti dal marito, oppure i pagamenti non sono regolari. E i casi che conosciamo bene hanno spesso situazioni di lavoro precario, senza stabilità, questo mette a serio rischio la capacità di produrre un reddito adeguato nelle stesse donne vittime di violenza. La già difficile conciliazione dei tempi con il lavoro diventa un grosso ostacolo ogni volta che c'è da prendere un permesso per i figli o per altre questioni familiari, così la vulnerabilità arriva a vette molto alte. Una condizione che osserviamo in egual modo sia in donne italiane, aretine, che in quelle che provengono da paesi esteri. Infine, ma non meno impattante, l'alto costo che pagano per la giustizia, per le spese legali. Nel 2023 ci hanno raccontato più volte come il reddito di libertà, contributo dello stato per le donne che fuggono dalla violenza e intraprendono un percorso con i centri, sia stato interamente usato per le spese legali. Un fattore indicativo della società attuale."

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