"Dopo le elezioni, abbandonate dalla politica". Le donne della Memar allo stremo, chiesto incontro al Prefetto

L'azienda che lavorava conto terzi per Banca Etruria non ha più un rapporto con Ubi, dal momento del suo arrivo. Una trentina di donne sono così rimaste senza lavoro e dopo due anni riaccendono la vertenza

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La vertenza Memar non è affatto chiusa, anche se a ricordarselo non sono in molti. Dai sindacati e dalle lavoratrici, oltre alla lettera al nuovo prefetto di Arezzo Anna Palombi parte anche un messaggio di rabbia per lo stato di abbandono in cui si sentono da quando, passate le elezioni, la politica non le ha più prese in considerazione.

Nel 2018 ci sono state promesse, illusioni, poi nulla più, tutto andato in fumo, anche quella speranza che era stata riaccesa di poter trovare clienti ad Arezzo, al posto di Banca Etruria, ad un certo punto sembrava che qualcuno ci fosse davvero, con tanto di nomi e ragione sociale. E invece queste donne si ritrovano senza lavoro con una Naspi che va via via diminuendo e con la sola prospettiva della disoccupazione.

I messaggi sono diretti anche ad Ubi perché inizi un dialogo che non c’è mai stato e  alla stessa Mediatica, società di cui fa parte Memar che non ha mostrato interesse e impegno per il mantenimento del lavoro negli stabili di Arezzo nonostante la stessa Ubi abbia rinnovato per 4 anni il contratto di affitto della sede aretina dove lavoravano queste persone prima che le vicende di Banca Etruria travolgessero tutto.

Sono tutte donne tra i 40 e i 55 anni, la fascia di età più difficilmente ricollocabili nel mondo del lavoro e hanno una professionalità molto particolare, visto che all'interno della Memar si occupavano della digitalizzazione di documenti, archiviazione, f24 e altro. 

Nonostante questo qualcuno ha trovato lavoro anche con le agenzie interinali e chi come Antonella da addetta ai flussi dei documenti anche verso la Banca d'Italia si ritrova, a fare l'operaia nell'assemblaggio di componenti elettronici. Con grande dignità, quella che sa trasmettere l'impegno lavorativo.

Come leggere la vertenza Memar?

Un addio silenzioso nell’indifferenza delle istituzioni e della politica. “Gli ammortizzatori sociali si stanno esaurendo e alla fine avremo perso 35 posti di lavoro. Personale qualificato che, senza alcuna responsabilità è stato travolto dal ciclone Banca Etruria – ricordano Claudio Bianconi ed Erina Nencetti, segretari Filcams Cgil e Fisascat Cisl. Dopo quasi due anni abbiamo in archivio molte promesse che hanno una data allineata con quella delle elezioni politiche. Poi più nulla".

Cosa è Memar

La Memar è una società del gruppo Mediatica Spa e si occupa di gestione elettronica documentale, business process outsourcing, dematerializzazione, archiviazione fisica, data management e multidelivery documentale. Presente ad Arezzo dal 1987 aveva come cliente privilegiato Banca Etruria, come conferma anche la vicinanza delle sedi e il fatto che la prima fosse in affitto in un immobile di proprietà della seconda.

Fino alla crisi di Banca Etruria non c’erano stati problemi – ricordano i due sindacalisti. Poi la crisi, il decreto del Governo Renzi e l’inizio della fine. Nel giugno 2017 la prima disdetta di alcune lavorazioni, in particolare modo quelle di back office. I contratti che sarebbero andati in scadenza nel gennaio del 2019 sono stati poi interrotti con largo anticipo e cioè nel novembre 2017”.

Un po' di storia della vertenza

8 dipendenti ricevono la lettera di trasferimento nella sede romana della Società. 17 entrano nel fondo integrativo salariale, l’equivalente della cassa integrazione per il commercio. Solo 8 addetti, che scenderanno a 7, rimangono al lavoro per la Memar di Arezzo occupandosi di altri clienti. Ubi, che nel frattempo ha acquisito Banca Etruria, annuncia che per almeno un anno la sede sarà ancora a disposizione di Memar per consentire alla banca di trasferire altrove la grande mole di documenti cartacei che si è accumulata negli anni.

Le carte si spostano ma i lavoratori non sono faldoni su uno scaffale – ricordano Bianconi e NencettiAd un gruppo di dipendenti è stato proposto il trasferimento nella sede centrale del gruppo che, però, è a Reggio Emilia.  Una soluzione che non è fattibile se  consideriamo stipendio, famiglia, nuova casa e tutto quanto comporta il trasferimento in un luogo di lavoro che non può essere raggiunto quotidianamente facendo i pendolari”.

La sintesi finale è che oggi i dipendenti ex Memar sono in disoccupazione.

"Questa azienda non può morire in silenzio – concludono i Segretari di Filcamas e Fisascat. Nei momenti caldi della vicenda abbiamo registrato gli impegni delle istituzioni, dei rappresentanti locali del governo, della politica, di alcune grandi aziende pubbliche del territorio.  Adesso siamo di fronte al silenzio assoluto Impegnarsi è facile quanto dimenticare ma qui abbiano persone e famiglie senza futuro. Chiediamo che si riaccendano i riflettori su questi lavoratori e che ci sia un impegno di tutti a trovare una soluzione che non sia il semplice ritorno a casa”.

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