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"Sangue, grida e morte ovunque". La storia di Luciano scampato all'eccidio di Civitella a 9 anni

Monsignor Giovannetti è uno dei quattro testimoni oculari e sopravvissuti ancora in vita di quel terribile episodio

 

Luciano aveva nove anni. Quel giorno di fine giugno era in chiesa con la mamma. “Ero stato scelto come chirichetto insieme ad altri. Ero contento, emozionato”. Ciò che accadde poco dopo la fine del rito è qualcosa che nessun bambino e nessun adulto avrebbe immaginato di vedere con i propri occhi.
“Un attimo prima recitavamo il rosario e quello dopo il paese era in fiamme, lacerato dalle grida e dal sangue. Sangue ovunque. Le pallottole ti passavano sopra la testa e ad ogni sparo pensavi: "ecco la prossima è per me”. La morte ovunque. Questo, ancora oggi, vedo quando la notte mi addormento”.

Era il 29 giugno del 1944 e Civitella in Valdichiana divenne una polveriera, un mattatoio.
Il ricordo dell’eccidio compiuto dalle truppe nazifasciste è ancora oggi scolpito negli occhi e nel cuore di quell’uomo che oggi è divento adulto ed ha scelto di vocare la sua vita alla chiesa cattolica diventando prima sacerdote e poi, vescovo emerito di Fiesole. "Ma resto sempre un uomo nato a CivitellaIn paese però, non fuori. C'è una certa differenza - spiega scherzosamente sorridendo - all'epoca ero piccolo ma quelle immagini le vedo ancora chiaramente come fossero accadute ieri".

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Monsignor Luciano Giovannetti è uno dei quattro testimoni oculari sopravvissuti ancora in vita di quel terribile episodio che ha macchiato per sempre la storia della comunità civitellina.

“Nove anni - racconta - avevo poco più di nove anni. Mia madre, donna coraggiosa, dopo essersi accorta di quello che stava per succedere riuscì a salvare me, mio padre e sé stessa. Ci rifugiamo fuori dalle mura di Civitella e, caso ha voluto, che ci nascondessimo a pochi metri dal luogo dove le truppe naziste radunavano gli uomo per fucilarli. Il primo fu don Alcide. Poi gli altri. Rimanemmo lì per due, forse tre ore, ascoltando le grida e le suppliche disperate di quella gente. I più erano spaventati di venir abbandonati vivi all’interno delle case date alle fiamme. Molto imploravano di essere uccisi, finiti”.

Un racconto terribile, potente e disumano. Una storia vissuta e condivisa da una comunità intera che, nonostante i 75 anni trascorsi, non dimentica. La memoria di quella miserabile pagina della storia locale è scolpita nella roccia, nelle pietre, nei mattoni delle case, negli occhi stanchi di quel bambino diventato oggi vescovo.

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