Alla scoperta della pieve di Santa Maria Assunta alla Chiassa

E' una della più belle e importanti chiese battesimali del territorio. L’edificio sacro sorge sulla riva sinistra del torrente Chiassa, in una zona che nel secolo scorso ha regalato interessanti scoperte archeologiche

“Le antiche pievi, madri vegliarde del popolo aretino”. Così Angelo Tafi definiva le chiese battesimali del territorio in un suo celebre libro, riadattando una precedente definizione di Giosuè Carducci. Una delle più belle e importanti si trova a nord di Arezzo, ai confini del comune, in località Chiassa Superiore: è la pieve di Santa Maria Assunta.

L’edificio sacro sorge sulla riva sinistra del torrente Chiassa, in una zona che nel secolo scorso ha regalato interessanti scoperte archeologiche, come la stele funeraria dedicata a C. Sulpicio Sevire Apollinare, ritrovata durante il rifacimento del piazzale della chiesa nel 1925. Nella prima metà degli anni Settanta, nel corso dei lavori per la nuova pavimentazione della pieve, emersero invece i resti di una villa romana di epoca imperiale.

Forse nel periodo paleocristiano fu eretto già un luogo di culto, sfruttando la precedente struttura, ma a oggi non ne affiorano tracce. C’era invece di sicuro una pieve altomedievale, realizzata nell’VIII secolo, come testimonia lo stupendo frammento di pluteo in pietra, caratterizzato da un intreccio di figure geometriche e animali stilizzati, visibile nella parete sinistra. Il “pluteo” era una sorta di balaustra a lastre decorate, che nelle antiche chiese separava il presbiterio dalla cantoria.

Agli inizi dell’XI secolo venne costruito l’edificio che grossomodo ammiriamo ancora oggi, triabsidato, con tre navate suddivise da grossi pilastri quadrangolari che reggono arcate a tutto sesto. Il progetto è attribuito al più importante architetto aretino del periodo, quel Maginardo già autore dello scomparso tempio di San Donato al Pionta. Egli era stato inviato a Ravenna dal vescovo Adalberto prima del 1023 per studiare la basilica di San Vitale e il suo viaggio contribuì a portare in terra d’Arezzo gli influssi dell’architettura bizantina. Quelle tracce le osserviamo ancora nei motivi ornamentali che si snodano esternamente, sui fianchi sopraelevati della navata centrale della pieve, dove spiccano vari archetti ciechi binati. Per i servigi Adalberto concesse a Maginardo dei terreni e nel 1026 il successore Teodaldo confermò le concessioni all’architetto, aggiungendone altre. Alcuni di quegli appezzamenti si trovavano proprio alla Chiassa Superiore, come riportato in un documento recuperato da Ubaldo Pasqui e analizzato in seguito da altri studiosi, anche negli ultimi anni. 

Nel XIV e XV secolo la pieve fu arricchita da cicli di affreschi, oggi purtroppo lacunosi e in gran parte illeggibili. 

Il primo risale alla fine del Trecento, quando la maggior parte degli artisti locali era influenzata dallo stile di Spinello Aretino. Tra le pitture ancora distinguibili si segnalano una “Pietà” sulla parete sinistra, una Madonna del latte nel terzo pilastro a sinistra andando verso l’altare e una “Annunciazione” sul lato destro, della quale è stata recuperata anche la sinopia, ovvero il disegno preparatorio sotto lo strato finale di intonaco. 

Il secondo ciclo è di un secolo dopo e le suggestioni indelebili dell’arte di Piero della Francesca nei pittori aretini minori sono evidenti. Da osservare le varie figure rovinate dell’abside di sinistra, il “Sant’Antonio Abate” in un pilastro di destra e il “Battesimo di Cristo” nella controfacciata.

Alla fine dell’Ottocento fu realizzato il campanile a torre. La sua costruzione, purtroppo, deturpò l’abside maggiore della chiesa e portò alla distruzione della precedente torre campanaria romanica, che si trovava addossata alla facciata in posizione centrale. Quasi un unicum nell’architettura romanica aretina. 

Tra il 1923 e il 1925 il pievano Elia Bindi promosse degli ingenti lavori che, su progetto dell’onnipresente architetto Giuseppe Castellucci, permisero un ripristino stilistico medievale dell’edificio, che i rimaneggiamenti sei/settecenteschi avevano alterato. L’intervento portò in dote anche la facciata neoromanica. 

Il 29 giugno 1944 la pieve della Chiassa Superiore rischiò di diventare il teatro di un’efferata strage nazista. I tedeschi avevano chiuso nella chiesa più di duecento ostaggi, con l’idea di fucilarli se il loro colonnello, il barone Maximilian von Gablenz, catturato con il suo aiutante da una banda di ex detenuti slavi evasi dal campo di concentramento anghiarese di Renicci, non fosse stato liberato. Quando l’ultimatum di 48 ore stava per scadere, si presentò al comando un partigiano siciliano, Giovan Battista Mineo, che convinse i tedeschi a concedere una proroga di altre 24 ore. Più difficile fu convincere il capo russo della banda autonoma a rilasciare l’ufficiale nazista, ma alla fine Mineo, accompagnato dal giovane partigiano Giuseppe Rosadi, riuscì a farsi consegnare von Gablenz per tornare in maniera rocambolesca nella frazione, quando i primi prigionieri erano ormai schierati di fronte al plotone di esecuzione. 

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Questa pagina di storia è stata recuperata solo di recente, grazie alla monumentale ricerca dello storico Santino Gallorini. Nel 2014, settantesimo anniversario dell’eccidio scampato, venne collocata una lapide a sinistra della pieve. Nel 2018 il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, concesse la Medaglia al Valor Militare alla Memoria dei due partigiani, consegnata ai familiari il 24 aprile 2019. Da quello stesso anno anche una grande pittura murale ricorda gli eroi della Chiassa nei pressi del parchetto a loro intitolato.

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