Quel magazzino che un tempo fu la chiesa dei santi Modesto e Vito

La semplice facciata settecentesca, con la grande finestra quadrangolare, si osserva da via XX Settembre, di fronte al giardino pensile di Casa Vasari

La zona di Arezzo dove corrono le odierne via XX Settembre e via Chiassaja (o Chiassaia) era chiamata, nel medioevo, contrada o borgo di San Vito, dal nome della piccola chiesa dei santi Vito e Modesto, consacrata nel 1237 dal vescovo Marcellino. 

Secondo il celebre architetto, pittore e storiografo aretino Giorgio Vasari, in questa parte di città si respirava “la migliore aria” e fu così che il 7 settembre 1541 egli vi acquistò una casa già in costruzione e un appezzamento di terreno, dove si stabilì nel 1550 con la moglie Niccolosa Bacci. Oggi il luogo ospita il Museo di Casa Vasari, dimora d’artista tra le più conosciute in Italia. 

I due santi titolari del luogo di culto si trovano spesso abbinati, perché secondo la tradizione Vito era un fanciullo siciliano di famiglia pagana e Modesto il suo precettore e colui che lo avvicinò al cristianesimo. Entrambi fuggirono in Lucania durante le persecuzioni di Diocleziano. Lì furono martirizzati, sempre secondo la tradizione, nel 303 d.C. assieme alla nutrice Crescenzia, che era scappata con loro.

Il 15 giugno 1368, giorno di San Vito, gli aretini respinsero con successo un attacco dei perugini aiutati del famoso condottiero e capitano di ventura inglese John Hawkwood, meglio conosciuto in Italia come Giovanni Acuto, che in quel periodo era al soldo dei Visconti di Milano e fu inviato a sostegno di Perugia. Di questo personaggio, che fu a più riprese al servizio dei fiorentini, i quali gli concessero come residenza anche il castello di Montecchio Vesponi, possiamo ammirare il monumento equestre ad affresco di Paolo Uccello del 1346, che lo raffigura nella parete sinistra del duomo di Firenze, città dove egli morì nel 1394. 

Arezzo attribuì l’esito positivo dello scontro con Perugia all’intercessione di San Vito e così da quel giorno, ogni anno, si celebrarono nella contrada i festeggiamenti in ricordo dell’episodio. In seguito la chiesa dipese dal monastero camaldolese di San Giovanni Decollato e dal XVI secolo dall’abbazia, sempre camaldolese, di Santa Maria degli Angeli di Firenze.

Nel 1616 divenne sede della Compagnia del Carmine e il 4 novembre dello stesso anno vi fu trasferita la “Madonna con il bambino” risalente agli anni trenta del XIV secolo, che in origine era collocata sopra Porta San Biagio, l’ingresso situato tra Porta Stufi e Porta Sant’Angelo in Archaltis, all’epoca ormai chiusa da tempo. Quella stessa scultura oggi è visibile a destra del “crocifisso” di Cimabue, nella basilica di San Domenico. 

Con l’arrivo della compagnia la chiesa venne rimaneggiata pesantemente. Tra il 1782 e il 1783 fu nuovamente ristrutturata e a quella fase risalgono gli stucchi interni e l’elegante campanile a vela. Oggi è sconsacrata e utilizzata come deposito dalla Soprintendenza ABAP di Arezzo, Grosseto e Siena.

La semplice facciata settecentesca, con la grande finestra quadrangolare, si osserva da via XX Settembre, di fronte al giardino pensile di Casa Vasari. Tuttavia è su via Chiassaja che si trova la parte più interessante, ovvero quella absidale: è ciò che rimane della costruzione in mattoni due/trecentesca, di cui si ammira anche un’armoniosa monofora. 

L’abside, in buono stato conservativo, gravita in una proprietà privata. Costruzioni successive, purtroppo, la celano alla vista di chi passeggia nella zona, ma alzando lo sguardo la vedrete spuntare, quasi a sorpresa, con il suo margine superiore. 

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