"Al grido di 'San Donato cavaliere' si lanciarono all'attacco". I 12 paladini di Campaldino

Erano i migliori cavalieri tra le fila aretine. Furono loro a sferrare il primo attacco sulla piana di Campaldino

La carica dei Paladini, illustrazione di Graham Turner

La storia della battaglia di Campaldino ne racchiude altre. Centinaia, anzi migliaia di storie, alcune che sono sfumate fino a diventare quasi leggenda, come quella di Ippolita degli Azzi. La Giovanna d'Arco aretina che guidò la resistenza della propria città cacciando da sotto le mura le truppe guelfe, per lo più fiorentine. E non molto distante da queste c'è la storia dei 12 paladini, presente anche nelle 'Croniche di messer Giovanni Villani'.

I piani di battaglia e l'esperienza della cavalleria aretina

Firenze insieme agli alleati guelfi arrivati da Siena, Pistoia, Massa, Prato e Lucca, poteva contare su di circa 1.300 cavalieri e ben 10mila fanti. Un vantaggio numerico enorme se confrontato con Arezzo che, pur avendo ricevuto alcuni aiuti da altre città, disponeva di 800 cavalieri e 8mila fanti. C'era una cosa però sulla quale gli aretini erano superiori: l'esperienza e la bravura dei propri cavalieri che snobbavano i guelfi a tal punto da pensare a loro come 'donnicciole' più attenti a pettinare le 'zazzere' che non a studiare le tattiche di guerra. Anche perchè a guidare l'esercito ghibellino oltre al vescovo Gugliemino c'erano Bonconte da Montefeltro e Guglielmo dei Pazzi, tra i migliori condottieri italiani dell'epoca.

Quel sabato di giugno i fiorentini schierarono una prima linea formata da 150 cavalieri, alle loro spalle altri 1.200 circa. Un autentico muro agli occhi del vescovo Guglielmino degli Ubertini che aveva problemi alla vista. Gli aretini risposero con più linee. Quella più arretrata formata da 350 cavalieri, quindi altri 300 e davanti a tutti loro i 12 paladini, guidati da Bonconte da Montefeltro.

Chi erano i 12 paladini

Gli aretini, contando sulla propria bravura, volevano attirare la cavalleria guelfa dividendola dalla fanteria. Al grido di 'San Donato cavaliere' la carica si consumò in pochissimi secondi. Il tempo necessario per coprire qualche decina di metri a spron battuto. I guelfi furono colti di sorpresa dal fatto che i loro nemici, inferiori per numero, avessero deciso di attaccare per primi e guidati da 12 uomini. I fiorentini e i loro alleati incassarono il colpo retrocedendo. Ma chi erano i 12? Non vengono menzionati in maniera diretta, ma sappiamo solo che vennero scelti tra i nobili ghibellini presenti quella mattina a Campaldino. Erano i discendenti delle casate dei Pazzi del Valdarno, dei Montefeltro, degli Ubertini, dei Fifanti, degli Uberti, dei Grifoni, degli Abati e poi dei conti da Gangalandi e degli Scolari. Casate che oggi sono ricordate dai quartieri della Giostra come gli Uberti da Porta del Foro e i Pazzi del Valdarno da Porta Santo Spirito.

La simbologia

Dietro a quel numero che indica i paladini guidati da Bonconte è evidente che si racchiude anche una simbologia quanto mai forte, legata alla religione e alla letteratura. Come non pensare ad esempio agli apostoli, i discepoli di Gesù, o ad esempio ai paladini di Carlo Magno. Ma anche i cavalieri della tavola rotonda di re Artù secondo alcune tradizioni erano 12, lo stesso numero delle fatiche di Ercole.

Se la presenza dei paladini sulla piana di Campaldino è storicamente provata non si può comunque non tenere in considerazione il significato di un numero ricco di simbologie tra cui quella di un "passaggio molto difficile e faticoso che è il solo che davvero porta a crescere". Proprio quello che gli aretini si apprestavano a vivere a Campaldino cercando di mantere la loro posizione nello scacchiere politico.

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