Ceccarelli rompe il silenzio: "Pd, una débâcle. Ad Arezzo critiche interne giuste, risposte confuse. Ma ora clima da svelenire"

Il suo profilo social è uno dei pochi rimasti silenti nel convulso post elezioni tra quelli di maggior spicco del Pd aretino. E i titoli per parlare li avrebbe, tanto che - tra le indicazioni provinciali del partito inviate al regionale per la...

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Il suo profilo social è uno dei pochi rimasti silenti nel convulso post elezioni tra quelli di maggior spicco del Pd aretino. E i titoli per parlare li avrebbe, tanto che - tra le indicazioni provinciali del partito inviate al regionale per la formazione delle liste dei candidati - il suo nome era stato quello più gettonato, dopo la richiesta di conferma dei parlamentari uscenti Donati e Mattesini. Vincenzo Ceccarelli, assessore regionale ai trasporti e alle infrastrutture, non ama le sparate e bisogna stanarlo per comprenderne il pensiero, in attesa dell'assemblea di stasera: "Dal punto di vista numerico - spiega commentando il risultato nazionale - siamo tornati al dato che avevano registrato i soli Ds, prima dell’avvio del percorso che ha portato alla nascita del Pd. Del resto le dimissioni date dal segretario e le sue stesse parole sono molto chiare. Una débâcle".

A cosa è dovuta?

Difficile dare una risposta sintetica. Diciamo che questo quinquennio è stato importante per il Paese e sono state fatte cose positive per far ripartire l’economia. Lo posso testimoniare direttamente in relazione al settore delle infrastrutture e dei trasporti del quale mi occupo. Quella che è mancata è stata la condivisione con le rappresentanze sociali. Scelte anche giuste, ma calate spesso dall’alto, con poco confronto e con scarsa partecipazione, sono state percepite come imposizioni. Il confronto costa fatica, ma spesso consente di risolvere problemi e migliorare i provvedimenti che si assumono nell’interesse dei cittadini.

Ci sono stati temi sbagliati? Aspetti sottovalutati?

Diciamo subito che questa campagna elettorale si è svolta in uno scenario mondiale nel quale complessivamente le forze progressiste sono state messe all’angolo. Viviamo una fase storica nella quale si afferma chi grida più forte degli altri e questo non ci ha favorito. E’ evidente che il Pd non aveva un messaggio forte da consegnare agli elettori, ma la cosa secondo me peggiore è che abbiamo smarrito la nostra identità, quella che ci rendeva riconoscibili alla nostra gente. La situazione dal meccanismo di selezione delle candidature che, coerentemente con quanto dicevo, sono state calate dall’alto, senza attivare alcun meccanismo di selezione che coinvolgesse il livello locale, ha generato un clima sfavorevole ad una forte partecipazione della base alla campagna elettorale, che ha fatto il resto.

E a livello locale cosa si è sbagliato?

Diciamo che a livello locale non si è stati capaci di contrastare in alcun modo le scelte fatte a livello nazionale. La campagna elettorale non ha visto sufficientemente protagonista il partito, ma solo i candidati. Il risultato è stato che il territorio è stato espropriato del 50% della propria rappresentanza in sede di candidature e dell’altro 50% con il voto.

Lei si rimprovera qualcosa?

Quando le cose vanno male tutti abbiamo delle responsabilità, ma non credo di avere qualcosa di specifico da rimproverarmi. Ho fatto la campagna elettorale accanto ai candidati senza sottrarmi ad alcun impegno. Sono andato dovunque mi hanno chiamato, un po’ in tutta la Toscana.

Cosa ha da rimproverare a Renzi?

Di non aver compreso fino in fondo l’avvertimento, pur forte, che veniva dal referendum e di non aver saputo spersonalizzare la gestione del partito, con una maggiore condivisione esterna e una maggiore capacità di dialogare con chi ci sta intorno. Anziché attaccare a testa bassa, c’era bisogno di elaborare fino in fondo quella sconfitta e fare tesoro degli errori commessi. La politica dell’autosufficienza ha fatto il resto.

E al Pd di Arezzo?

Di non aver saputo ascoltare il campanello d’allarme che qui era suonato con grande anticipo rispetto al livello nazionale, con la sconfitta in alcuni comuni ma soprattutto nel comune capoluogo, nelle elezioni amministrative. Se si fosse correttamente analizzato quel risultato si potevano trovare dei correttivi. Invece, si è pensato che i successi nazionali potessero compensare le debolezze locali.

Cosa chiederà in direzione: le dimissioni del segretario? C'è un segnale che il Pd di Arezzo può inviare al livello nazionale?

In direzione andrò innanzitutto per ascoltare. Non credo che si debbano imputare colpe particolari al segretario, se non quella di non aver saputo mettere a frutto il contributo unitario che aveva portato alla sua elezione. Il tema delle dimissioni rientra nella sensibilità personale e nella responsabilità rispetto al ruolo che si ricopre. Ora abbiamo soprattutto bisogno di ragionare sulle cose, senza rinchiudersi nel fortino dell’autoreferenzialità. A questo proposito, credo che si debba anche svelenire il clima. In questi giorni, Dindalini e Ruscelli hanno posto questioni molto concrete, che possono state enfatizzate dal sentire di chi ha vissuto, in passato, sulla propria pelle attacchi ingiusti e personali da parte di chi oggi non vorrebbe essere criticato dinanzi a risultati ben più disastrosi. Dispiace anche che le risposte arrivino in modo impersonale, mandate a dire, senza metterci la faccia. E soprattutto fuori dal merito delle questioni sollevate. Usciamo da questa spirale e torniamo a confrontarci in modo se necessario anche aspro, ma guardandosi negli occhi e con una prospettiva comune. Questo è il segnale che chiedo al Pd aretino di inviare al livello nazionale. Il recupero di quella capacità di confronto aperto e democratico che è essenziale per elaborare le sconfitte e per condividere un percorso comune che ci riporti a ritrovare la nostra identità e poi a ripartire con rinnovate energie, recuperando anche una attenzione alla politica delle alleanze in questi anni smarrita.

Chi vorrebbe come nuovo segretario nazionale?

Allora non mi sono spiegato bene. Basta parlare di persone, elaboriamo gli errori commessi e ripartiamo dalle ragioni che ci hanno portato a far nascere questo partito, per farci portatori di una proposta che ci consenta di ritrovare sintonia con quella parte straordinaria della cosiddetta società civile che guarda al progresso della nazione, che non ha paura della contaminazione delle culture, che guarda innanzitutto a chi sta peggio, che sa declinare in modo moderno ed efficacie le parole chiave: lavoro, sicurezza, solidarietà. Questa deve essere la nostra ripartenza.

@MattiaCialini

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