L'uomo che fa dipingere le opere d'arte alla Natura

Roberto Ghezzi, cortonese, è l'artista delle "naturografie", tele lasciate all'aperto, nei boschi, in riva a un lago o un fiume, e modellate dagli agenti atmosferici. Oggi le sue installazioni sono in Italia, Alaska, Francia, Svizzera, Islanda, Sud Africa, Tunisia e Norvegia

Riceviamo e pubblichiamo l'intervista a Roberto Ghezzi, artista delle naturografie, opere che - lasciate all'aperto, nei boschi, in riva a un lago o un fiume - vengono modellate dalla Natura.

Il pittore cortonese Roberto Ghezzi è ormai conosciuto a livello nazionale per la sua ricerca artistica a stretto contatto con l’ambiente selvaggio, da cui sono nate le originali Naturografie.

Secondo la sua poetica, l'uomo ha sempre creato opere d'arte dipingendo la natura o utilizzando elementi di essa: la Naturografia è quindi un'opera viva, in cui artista e paesaggio collaborano.

Ghezzi ha realizzato il primo esempio naturografico nei primi anni Duemila. Oggi le sue installazioni sono in Italia, Alaska, Francia, Svizzera, Islanda, Sud Africa, Tunisia e Norvegia.

Sono trascorsi due anni dalla mostra Physis alla Galleria d’arte contemporanea di Arezzo, che presentò in anteprima una svolta nella tua carriera artistica.

«Solo due anni? Mi sembra passata un’era. È anche vero che le prime sperimentazioni risalgono a venti anni fa. Ma tutto negli ultimi tempi ha avuto una accelerazione imprevista. Rispetto alle prime opere sono cambiati i supporti, cioè i materiali installati, le modalità di fissaggio, di presentazione al pubblico. Si è esteso il campo di azione. Diciamo che forse l’unica cosa rimasta immutata è l’idea che mi accompagna sin dall’inizio, cioè quella di dipingere attraverso la natura. Queste sono le Naturografie: un dialogo profondo con l’ambiente, con il paesaggio, che non sono più soltanto oggetti ma diventano soggetti, al pari dell’artista, dell’opera».

Che risposta hai avuto dai tuoi tanti estimatori?

«Molti vecchi sostenitori sono rimasti spiazzati nel vedere le mie tele bianche nei fiumi e laghi, che prima dipingevo in studio, ma ho conosciuto altre persone che sarebbero rimaste disorientate nel vedere fiumi e laghi dipinti. Che dire… oggi nel mondo dell’arte contemporanea non ha senso cercare clamori con la provocazione, né consensi con il compiacimento. Trovare la propria verità è già abbastanza difficile».

E gli addetti ai lavori come hanno preso questa svolta?

«Se le vendite sono calate, è esponenzialmente cresciuto l’apprezzamento della critica. I veri riconoscimenti da questo punto di vista non sono mancati. Solo nel 2018 ho portato in giro sette personali, partecipato a quattro collettive, due premi e cinque residenze artistiche. Anche il 2019 è iniziato con ottime premesse. Solo nel mese di maggio ho inaugurato tre personali: al Museo di Storia naturale dell’Università di Pisa dal 10, alla Galleria Corte Zavattini 31 di Cesena dal 18, alla Galleria Wild Mazzini di Torino dal 30. A queste si aggiungono una collettiva itinerante nel pisano e la collettiva Wonderland a Valdichiana Outlet Village di Foiano della Chiana».

Cos’è per te il binomio “arte e natura”?

«È tutta la mia vita, fin da quando mio padre mi accompagnava nei boschi di Cortona, a cinque anni, e mi mettevo a disegnare sulle rocce del fiume dopo averci pescato. È qualcosa di ancestrale, di misterico, con il quale dobbiamo tornare in contatto. Ormai l’immagine della natura, la sua rappresentazione, non serve più. Dobbiamo spingerci oltre e superare il confine, sporcarci le mani con quel paesaggio che un tempo ci ospitava, ci dava da vivere e con il quale avevamo stretto una sacra alleanza. Ecco: l’arte per me è lo strumento per ricostruire quell’alleanza».

Sono stati importanti i tuoi viaggi, anche in posti remoti?

«Viaggiare è l’esperienza più bella che io possa fare. In residenze artistiche se possibile, ma poi mi muovo in solitudine. Il rapporto con la terra non permette terzi. Scelgo prevalentemente luoghi del grande Nord: Alaska, Islanda, Norvegia. Sono da poco rientrato da una residenza alle isole norvegesi Lofoten, uno degli arcipelaghi più belli del mondo, ma la prima cosa che ho fatto quando sono arrivato a casa è stata una passeggiata nei boschi sopra Cortona. La magia del pianeta è questa: la bellezza è ovunque e non ti sazia mai».

Di recente hai attivato delle collaborazioni anche sotto il punto di vista didattico.

«La mia ricerca piace molto ai ragazzi, perché la trovano quasi anomala. Forse il fatto di piantare queste tele nel fango è quasi una ribellione per loro, un ribaltamento di ruoli, non so. Ho collaborato per un bel progetto con la scuola Montessori di Varese, laboratori per bambini in scuole del Casentino, lezioni in scuole superiori, una lezione all’Università di Catanzaro. In tutti questi luoghi, più che insegnare, racconto la mia vita e la fortuna di poter inseguire i sogni».

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