Il Leone di Monterosso, apre la mostra nella Casa Ivan Bruschi. Presente l'Ad di Nuova Etruria

E' stata inaugurata ieri pomeriggio alla Casa Museo di Ivan Bruschi la mostra Una Chimera del Novecento – Il Leone di Monterosso di Arturo Martini, realizzata dalla Fondazione Ivan Bruschi con la collaborazione del Comune di Firenze e del Museo...

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E' stata inaugurata ieri pomeriggio alla Casa Museo di Ivan Bruschi la mostra Una Chimera del Novecento – Il Leone di Monterosso di Arturo Martini, realizzata dalla Fondazione Ivan Bruschi con la collaborazione del Comune di Firenze e del Museo Novecento di Firenze, a cura di Lucia Mannini e Anna Mazzanti.

All’apertura dell’esposizione, che sarà visibile fino al 31 ottobre 2017, sono intervenuti, oltre alle principali autorità cittadine e alle curatrici, l’amministratore delegato Silvano Manella e il nuovo Conservatore della Fondazione Ivan Bruschi, Carlo Sisi.

La mostra riveste un'importanza particolare per la Banca, anche perché riporta all'attenzione come il territorio dell'Etruria abbia mantenuto nella storia più antica, ma anche moderna, eccellenze e miti come quello della Chimera - ha dichiarato Silvano Manella, Ad di Nuova Banca Etruria, ora Gruppo UBI Banca -. Poter continuare a valorizzare la nostra Fondazione con eventi culturali come questo che hanno una forte componente didattica e informativa, rientra nella volontà del nostro istituto di aprirsi al dialogo e al confronto con chi vive in questa città e nelle aree vicine. L’esposizione percorre la fortuna visiva della civiltà etrusca nel Novecento attraverso un’angolatura inedita: il tema della Chimera veicolato dal celebre capolavoro etrusco. Si espone un’opera emblematica in tal senso, eseguita dal caposcuola di questa tendenza, lo scultore Arturo Martini, attorno alla quale si è creato un percorso di contestualizzazione storico-artistico e iconografico. La scultura bronzea della Chimera ha da sempre assunto un valore simbolico. Se poco sappiamo della sua storia antica, fin dal suo ritrovamento ad Arezzo alla metà del Cinquecento è divenuta emblema del potere. Il materiale documentario presente in mostra e il materiale iconografico riprodotto nei pannelli richiamano anche le valenze simboliche assunte dalla Chimera nel corso del Novecento, dichiarano le curatrici della mostra Anna Mazzanti e Lucia Mannini. La mostra rappresenta una convergenza di studiosi, come Martini e Schifano, e di istituzioni, che vuole prefigurare un metodo di ricerca e di dialogo con i visitatori già attuato dalla Fondazione ed oggi confermato, aggiungendovi l’auspicio di ulteriori occasioni di indagine e di eventi che speriamo capaci di attrarre l’attenzione di un pubblico sempre più ampio e qualificato, ha affermato Carlo Sisi, Conservatore della Fondazione Ivan Bruschi.

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SCHEDA SCIENTIFICA

Questa mostra dossier presenta un inedito focus sulla ricostruzione della vasta cultura novecentesca.

Nel periodo fra le due guerre gli artisti tornano all’arte figurativa attraverso importanti "riscoperte" storico artistiche: predomina la cultura classica – dall’arte greca a Piero della Francesca – sostenuta anche dalla politica culturale governativa, ma sono molteplici i dialoghi con il passato come ad esempio con Caravaggio e il Seicento, e non di meno con l’antichità arcaica, attraverso lo stimolo delle ricerche archeologiche. L'attenzione nei confronti della civiltà antica e misteriosa, come quella degli etruschi, che già nei secoli precedenti aveva determinato periodi di revival, torna alla ribalta grazie quindi alle sensazionali scoperte di Veio e all'attività di un nutrito gruppo di archeologi, studiosi e divulgatori. Abbiamo proposto un percorso attraverso questi interessanti recuperi, per spiegare il contesto storico e d’ispirazione per alcuni artisti attratti dal capolavoro etrusco della Chimera d’Arezzo, tema di ricerca ideale al contempo per la città e per l’Istituzione che hanno accolto la mostra.

Nel proliferare di pubblicazioni, da articoli a volumi, dal taglio scientifico a quello divulgativo (in mostra esposta una piccola campionatura) la Chimera viene ampiamente rappresentata. Sebbene se ne discuta la provenienza "italica" non da tutti accolta, mentre le crescenti cognizioni archeologiche venivano sottoposte a una sistematica revisione e riorganizzazione, fattori culturali e politici convergevano verso la civiltà etrusca quale espressione della italianità ricercata nel clima nazionalistico di quegli anni, sollecitando esplicitamente l’attenzione da parte degli artisti contemporanei tesi a un linguaggio “anticlassico”, sebbene risulterà poi ufficialmente incoraggiata la linea della “romanità”.

Gli artisti avevano quindi modo di riflettere su quest’icona, così veicolata dalla stampa, oppure di studiarla al museo di Firenze, dove erano frequenti le incursioni con taccuino alla mano.

Esemplare il caso di Arturo Martini, promotore di una importante revisione linguistica della scultura verso la semplificazione formale e il valore espressivo della materia, che si dichiarava «Io sono il

vero etrusco; loro mi hanno dato un linguaggio, e io li ho fatti parlare».

L’opera in mostra è implicitamente un omaggio agli etruschi e al capolavoro aretino. Sebbene Martini abbia realizzato un Leone scrisse «Io non ho voluto fare un leone come quelli del Giardino Zoologico», ma «ho inteso fare (aumentando la mitologia) una Chimera».

L’opera conservata al Museo Novecento di Firenze è stata contestualizzata nell’ambito della fortuna del modello etrusco che coinvolse altri artisti del tempo, come Mirko e Dino Basaldella e Marcello Mascherini. E anche Arezzo in quel giro di anni attraverso la riproduzione in due copie della Chimera disposte nei giardini della stazione, come biglietto da visita della città e benvenuto al viaggiatore, dimostra la sua rinnovata attenzione al passato antico ed etrusco, culminata nell’inaugurazione nel 1937 del Museo Archeologico della città. Nel 1985, in occasione del grande Progetto Etruschi, si assiste ad una nuova ripresa di attenzione verso la civiltà etrusca, che culminò in ben 8 mostre in varie sedi toscane con al centro Firenze, dove la notte del 16 maggio 1985 la Chimera di Arezzo torna ad essere soggetto di ispirazione per una performance di Mario Schifano, questo a dimostrazione del grande valore evocativo del capolavoro etrusco anche alla fine del secolo.

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