Angiolina Cipollini, la Sputaci. La storia di una piccola grande donna

La Sputaci è il personaggio aretino più conosciuto nonostante non ci sia più dal 1970. Non aveva una dimora fissa anche se, si dice, tra il 1944/1946 avesse racimolato una piccola fortuna facendo il mestiere più antico del mondo

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Si chiamava Angiolina Cipollini ma per tutti era la Sputaci.

Ad Arezzo la potevi incontrare dietro qualche angolo del centro storico dove imperterrita raccoglieva mozziconi di sigarette. Lo scialle sulle spalle, la cera nera in testa per coprire i capelli bianchi, il bastone stretto in mano e quella gonna vecchia transita.

Nessuno sapeva da dove venisse né quanti anni avesse ma, fino al 1970, per tutti gli aretini la Sputaci era uno di quei volti familiari. Una costante, più famosa - come ha scritto qualcuno - anche del sindaco.

“L'Angiolina, coi suoi capelli tinti con la cera da scarpe, la sua sottanona vecchia quanto lei e il suo immancabile bastone, era lì sempre, col sole e con la pioggia a raccattare mozziconi di sigaretta e ad elemosinare qualche spicciolo. Per noi ragazzi era una fonte di sollazzo prenderla in giro per osservare poi le sue colorite reazioni che non di rado si concludevano a colpi di bastone. Nessuno sapeva la sua età, nessuno sapeva da dove venisse ma, se qualche volta non la vedevamo, calava in noi un leggero velo di tristezza”.

Recita così un testo di Umberto Zucchi che la ricorda in giro in centro ad Arezzo, a raccattare mozziconi di sigaretta, sempre pronta a difendersi con il bastone dagli scherni dei ragazzini.

Angiolina Cipollini, meglio nota come La Sputaci è probabilmente il personaggio aretino più conosciuto nonostante non ci sia più dal 1970. Non aveva una dimora fissa, si dice che, negli anni tra il 1944/1946 avesse racimolato una piccola fortuna (quasi 9mila lire) facendo il mestiere più antico del mondo offrendosi ai militari dell'esercito di Liberazione.

A lei Piero Iacomoni e Barbara Bertocci, fondatori di Monnalisa Spa, hanno voluto dedicare una statua a grandezza naturale. Un monumento alla semplicità, alla spontaneità ed alle vere radici aretine, con il chiaro intento di ricordare e tramandare una storia di una donna che ha praticamente scelto di vivere una vita dura e sofferente, povera, ma dignitosa, la cui forza però ha sfondato il muro del tempo che passa: le sue foto, le sue battute, le sue risposte sarcastiche e il suo personaggio riecheggiano ancora nelle strade di Arezzo, come se lei fosse ancora lì dietro l'angolo ad aspettare con il bastone in mano il prossimo gruppo di ragazzi pronti a canzonarla.

Immagini: Archivio storico fotografico aretino

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