Lorsignori e le svalutazioni “competitive”

Partiamo dal caso base, ovvero quello che si insegna alla prima lezione di economia che Lorsignori, ovviamente, o non hanno seguito o non hanno capito.

Francesco Checcacci
Francesco Checcacci
Invia per email  |  Stampa  |   31 agosto 2017 12:03  |  Pubblicato in Economia, Arezzo


Siccome, soprattutto a causa delle eterne campagne elettorali italiane, regna sovrana la confusione in materia di economia monetaria, proviamo qui sotto a spiegare le dinamiche di una svalutazione competitiva, a beneficio soprattutto di coloro che pensano di trarne benefici più grandi di quelli che invece si presenterebbero.

Partiamo dal caso base, ovvero quello che si insegna alla prima lezione di economia che Lorsignori, ovviamente, o non hanno seguito o non hanno capito.

Ipotizziamo che ci siano due Stati in competizione e, per semplificare il ragionamento, ipotizziamo che ognuno abbia la propria valuta che controlla completamente (cosa che non è mai vera) e che il valore della valuta sia solo stabilito a seconda delle transazioni tra i due Stati (anche questo non è vero, ma per ora ignoriamolo). Chiamiamo questi due Stati con nomi di città italiane, per fare un esempio ben comprensibile a tutti: Firenze e Genova. Questi ipotetici Stati producono anche beni sostanzialmente equivalenti e usano input di produzione solo locali. Senza queste ipotesi non realistiche, che poi toglieremo e vedremo gli effetti, la cosa già sta male in piedi. Le loro monete si chiamano rispettivamente Fiorino e Genovino, monete realmente esistite nell’antichità.

Se Genova svaluta la propria moneta, ammettendo che Firenze non svaluti essa stessa come contromisura (il che non è probabile), gli abitanti di Firenze compreranno la merce di Genova ai danni della propria.

Naturalmente però insieme alla merce ci sarà uno scambio di monete. Infatti per comprare merce da Genova, i fiorentini dovranno spendere i loro Fiorini per comprare Genovini. Questo avrà inevitabilmente l’effetto di far tornare le valute all’equilibrio precedente. Ogni vantaggio competitivo ottenuto dalla svalutazione, in altre parole, terminerà proprio a causa del successo della manovra, e non potrà essere che temporaneo.

Si noti che per avere un beneficio duraturo che consenta all’occupazione di crescere, Genova dovrebbe avere un vantaggio di qualche anno almeno: il tempo di investire in nuovi macchinari, capannoni etc. Questo ovviamente è irrealistico.

Ma un mondo del genere non tiene conto di un particolare non trascurabile: molto raramente gli input della produzione di beni e servizi sono tutti locali, come i beni consumati dai cittadini.
Ad esempio l’Italia manca notoriamente di materie prime come carburanti fossili, ancora la fonte principale di energia e comunque indispensabili alla produzione della plastica, e della gran parte dei metalli utilizzati nella produzione industriale.

Secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, l’Italia ha un saldo negativo tra importazione ed esportazione di gas e petrolio tra i 35 e i 58 miliardi di euro dal 2005 al 2014.

Il valore degli scambi dipende ovviamente, oltre cha dal consumo effettuato, dal prezzo delle materie prime.

Lorsignori probabilmente non hanno pensato che le materie prime si pagano in dollari e non nella nuova moneta nazionale che verrebbe introdotta.

Considerando un consumo ed un prezzo medi rispetto al periodo 2005-2014 la perdita netta in caso di svalutazione del 30% sarebbe di circa 14 miliardi solo nelle importazioni di gas e petrolio, senza contare le altre materie prime.

Ma svalutare ha senso se le esportazioni sono deboli, e decisamente non lo sono. In effetti siamo al record di saldo positivo della bilancia commerciale, che non è mai stato così alto: il saldo è positivo per circa 51 miliardi.

Se 14 ne perdiamo solo in gas e petrolio, e senza nemmeno contare altre materie prime che importiamo per trasformarle, e il beneficio è, ammesso che il trucco funzioni alla perfezione, al meglio temporaneo, si vede bene che la cosa non ha molto senso.

Quello che i sostenitori della cosiddetta ‘svalutazione competitiva’ omettono spesso di dire, ma ammettono nei loro stessi studi che tanto chi li vota non legge, è che c’è effettivamente un solo input di produzione che è sicuramente locale: il lavoro.

In sostanza il solo vero modo di ottenere un effetto duraturo dalla svalutazione è il caso in cui i prezzi salgano, anche a causa degli aumenti delle materie prime visti sopra, più dei salari.

In effetti questo sarebbe quindi esattamente equivalente a ridurre i salari di oggi, ma in modo meno ovvio che se venisse sottratta una parte del salario: infatti il salario nominale (il numero in busta paga) resterebbe identico ma i beni e servizi che possono essere acquistati si ridurrebbe. Politicamente quindi la soluzione risulta più ‘vendibile’, anche se dal punto di vista pratico è esattamente equivalente ad una riduzione immediata della busta paga.

Fonti ed approfondimenti:

http://www.mise.gov.it/images/stories/commercio_internazionale/osservatorio_commercio_internazionale/interscambio_settoriale/petrolio_gas_14_04_2015.pdf

http://it.reuters.com/article/topNews/idITKBN15V13X

 Francesco Checcacci 
Francesco CheccacciEconomista finanziario, si è laureato a Firenze e specializzato a Londra (Cass Business School). Ha inoltre ottenuto l'Investment Management Certificate e ricevuto la qualifica Chartered Financial Analyst (CFA). Dopo alcuni anni di esperienza internazionale tra la City di Londra e Parigi, dove ha lavorato tra gli altri per Morgan Stanley e Moody's, ha deciso di tornare in Toscana, dove lavora come consulente. Oltre all'Italiano parla correntemente Inglese, Francese e Spagnolo e comprende Ceco e Tedesco.
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