Il dominio di Santo Spirito, una lezione al di là della Giostra

Quello che è interessante a chi si occupa di economia è che situazioni in cui la disperazione porta a pensare a soluzioni innovative

Francesco Checcacci
Francesco Checcacci
Invia per email  |  Stampa  |   18 giugno 2017 12:45  |  Pubblicato in Economia, Arezzo


Chi segue la giostra negli ultimi anni non può non aver notato il dominio assoluto del quartiere di Porta Santo Spirito. Non ho qui intenzione di ripercorrere gli ultimi anni, ma di ricordare che il quartiere della Colombina veniva da anni di digiuno e di quasi disperazione. Questo un giorno è cambiato, grazie sicuramente ad una combinazione di perizia tecnica, duro lavoro e genio tattico.
sull’ultimo punto un chiarimento: Martino Gianni ha dichiarato in un’intervista quello che era chiaro a molti nel giro della Giostra: aveva previsto i disordini di Porta Crucifera e sapeva esattamente cosa fare. Non ha fatto uscire dalle logge il suo giostratore finché non si erano calmate le acque. Questo è l’esempio di una buona strategia eseguita in modo perfetto.

Ma veniamo di nuovo alla storia di Santo Spirito.
Il quartiere era arrivato alla disperazione: stava sprecando risorse in direzioni diverse senza arrivare ad alcun risultato. Ad un certo punto, non avendo nulla da perdere, ha deciso di provare l’impensabile: ha ingaggiato l’ex giostratore più innovativo di sempre, appunto Martino Gianni, e gli ha concesso il tempo di tirare su un vivaio di ragazzi giovani dandogli più o meno carta bianca. Da questi sono venuti fuori gli ormai temutissimi (o amatissimi, a seconda dell’appartenenza) ragazzi terribili. Il resto è storia recente.
Martino aveva cambiato la giostra già una volta. Quando ha iniziato a tirare in piazza il 5 era il colpo del disperato: lo tirava solo chi non aveva alternative e il rischio di fallimento era altissimo. Martino, anche grazie ai cambiamenti del tabellone che avevano ristretto la croce del 4 e leggermente allargato il centro, ha capito per primo che quello era il nuovo obiettivo. Pochi anni dopo la sua discesa nella lizza, il 5 era diventato il colpo del maestro, non più quello del disperato.

Adesso è d’uopo che riveli che io sono quartierista di Porta del Foro, e che quindi non ho interesse a lodare Martino né da giostratore né da allenatore perché il mio quartiere ne trae solo svantaggi, ma quel che è vero è vero.
Quello che è interessante a chi si occupa di economia, invece, è che situazioni in cui la disperazione porta a pensare a soluzioni innovative e mai provate prima sono tutt’altro che nuove e sicuramente non limitate al mondo giostresco.

Numerosi eserciti in difficoltà si sono affidati a generali con tattiche innovative per poi riuscire ad ottenere vittorie ritenute poco prima impossibili. Lo stesso hanno fatto molte aziende che oggi sono famose come storie di successo. Molte aziende dominanti hanno passato momenti di difficoltà, addirittura rischiando il fallimento, prima di affidarsi ad un modo di pensare nuovo che le ha salvate.

Il primo esempio che mi viene in mente è Apple, che prima di richiamare al timone Steve Jobs navigava in acque pericolose.

La lezione è valida anche al contrario: chi è abituato al successo tende a restare in acque tranquille e l’innovatore lo prende di sorpresa. Qui prenderò un esempio dalla storia economica italiana, citando Cipolla, grande storico economico, come ha più recentemente fatto anche Draghi (nel 2010, quando ancora era Governatore della Banca d’Italia). Fino agli inizi del diciassettesimo secolo l’Italia, o piuttosto gli stati della penisola, avevano un PIL pro capite doppio della media mondiale. Solo l’Olanda faceva meglio. In poco meno di un secolo l’Italia si sussisteva con l’agricoltura e importava i manufatti che prima ne avevano fatto la fortuna. Questo, a detta di Cipolla, era dovuto alla prevalenza delle corporazioni che avevano imposto condizioni sfavorevoli alla creazione di ricchezza, sganciando i salari dalla produttività, alzando il carico fiscale e proteggendo i produttori esistenti, che nel frattempo erano però divenuti obsoleti.

La storia si ripete, la prima volta come tragedia e la seconda come farsa: adesso prendiamo esempio da chi, arrivato alla fine di un ciclo e gravato dalle conseguenze della mala gestione, prende finalmente la strada dell’innovazione sostenibile invece di cercare scuse accusando altri.

Il settore pubblico e molte istituzioni semi pubbliche, troppo spesso diventati fardelli insostenibili per chi produce ricchezza, devono prendersi la responsabilità delle loro scelte e lasciare che la società possa pensare in modo nuovo. Questa è l’unica possibilità per uscire dalla crisi: chi l’ha fatto c’è riuscito, anche se i benefici si sono visti a distanza e politicamente chi ha fatto queste scelte ha pagato. Il tempo delle scuse però è abbondantemente scaduto.

Per approfondire:

C. M. Cipolla, “I decenni del declino (1620-80)”, in Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi, a cura di C. M. Cipolla, Milano, Mondatori, 1995, pp. 69-73

http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2010/draghi_51110_ancona.pdf

 Francesco Checcacci 
Francesco CheccacciEconomista finanziario, si è laureato a Firenze e specializzato a Londra (Cass Business School). Ha inoltre ottenuto l'Investment Management Certificate e ricevuto la qualifica Chartered Financial Analyst (CFA). Dopo alcuni anni di esperienza internazionale tra la City di Londra e Parigi, dove ha lavorato tra gli altri per Morgan Stanley e Moody's, ha deciso di tornare in Toscana, dove lavora come consulente. Oltre all'Italiano parla correntemente Inglese, Francese e Spagnolo e comprende Ceco e Tedesco.
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