L”‘Eterno e il Tempo tra Michelangelo e Caravaggio”. In mostra ai Musei di San Domenico di Forlì

Una tra le novità che difficilmente ci vengono offerte, quando andiamo per mostre, è indubbiamente quella di trovare le pale pittoriche riallestite dentro una sorta di spazi immaginativi, che ne possano tuttavia rievocare il contesto, e quindi gli altari primigeni entro i quali furono pensate e progettate. Il visitatore infatti si calerà dentro l’osservazione delle tavole, spostandosi agevolmente nella grande sala, ad aula unica, della chiesa domenicana di San Giacomo Apostolo.

Barbara Rossi
Barbara Rossi
Invia per email  |  Stampa  |   22 maggio 2018 13:15  |  Pubblicato in Cultura, eventi e spettacolo


Dopo il successo invernale della mostra sul Cinquecento tenutasi a Palazzo Strozzi, eccone il proseguimento storico-temporale nell’allestimento ai Musei di San Domenico a Forlì. Un’esibizione di opere di alto livello che si ricongiungono a quell’insieme di idee e fatti storici, focalizzati nella mostra fiorentina appena conclusasi. Una tra le novità che difficilmente ci vengono offerte, quando andiamo per mostre, è indubbiamente quella di trovare le pale pittoriche riallestite dentro una sorta di spazi immaginativi, che ne possano tuttavia rievocare il contesto, e quindi gli altari primigeni entro i quali furono pensate e progettate. Il visitatore infatti si calerà dentro l’osservazione delle tavole, spostandosi agevolmente nella grande sala, ad aula unica, della chiesa domenicana di San Giacomo Apostolo. Seguendo il filo logico artistico, apre la mostra il grande arazzo su cartone di Raffaello Sanzio, elaborato dalla Manifattura di Pieter van Aelst oggi ai Musei Vaticani (Bruxelles 1515-1519). Raffaello, come dimostrò nei suoi studi lo storico Erwin Panofsky (1892 – 1968), fu l’unico artista che seppe trovare una strada riconciliativa con i mezzi stilistici fin lì raggiunti. Avvalendosi della nota sprezzatura, argomentata in quegli stessi anni, dall’umanista Baldassare Castiglione nel trattato del Cortegiano (Cfr. Raffaello Ritratto di Baldassare Castiglione, Louvre 1514 – Stanza della Segnatura, Musei Vaticani 1508/11), il Sanzio riuscì a cogliere in pittura, il punto più alto e mai raggiunto, riferito allo stato di grazia. Una quiete che non eccedesse la misura, come affermò più avanti il biografo e artista Giorgio Vasari nelle sue Vite (in mostra l’olio su tavola della Deposizione proveniente dalla chiesa dei Santi Donato e Ilariano di Camaldoli – Arezzo 1539-1540). Ma che ben presto fu destinata a frantumarsi all’interno del contenitore rinascimentale, in occasione di una fase o più fasi, rientrate sotto il nome di Manierismo. A questo proposito sono significative le due opere, una quella murale staccata, della Sacra Conversazione (1514) di Jacopo Carucci o Pontormo, in prestito dalla chiesa della SS. Annunziata di Firenze, e su cui si ispirò anche l’aretino Giovanni di Antonio Lappoli, durante il suo apprendistato alla bottega del maestro (Cfr. Visitazione Badia delle Sante Flora e Lucilla, Arezzo 1524) e l’altra la fiorentina tavola giunta dalla cappella Ginori con lo Sposalizio della Vergine (1523) di Giovan Battista di Jacopo di Gasparre o Rosso Fiorentino. Due artisti che inizialmente coglieranno la lezione lasciata da Raffaello ma che successivamente e rapidamente si spingeranno nel capovolgere quella grazia, stravolgendola nel prediligere una fitta gamma di colori aciduli e metallici, ed inserendo nel contesto narrativo personaggi rinsecchiti e graffianti; come dimostrano le figure degli affreschi pontormeschi della villa di Poggio a Caiano eseguiti per Papa Leone X Medici. Non di meno si noti l’atteggiamento del Rosso in merito a quella certa lascivia abbandonata nelle pose della tavola con il Cristo morto compianto da quattro angeli (Museum of Fine Arts, Boston 1525), eseguita per il vescovo di Sansepolcro Leonardo Tornabuoni, uno dei numerosi prelati fiorentini alla corte papale di Clemente VII Medici. Un periodo ristretto, detto anche periodo Clementino, che aprirà le porte a quell’epoca sperimentale e di contestazione da parte di una ristretta schiera di artisti e umanisti nei confronti della Chiesa. Una fase, quella Manierista, che non fu solo fatto di polemica e riflessioni in merito ai principi luterani, ma anche di spaesamento nei confronti di un futuro pieno di incertezze dove nulla è concluso, persino i confini. Difatti anche la scoperta dell’America (1492) contribuirà alla rivalutazione dei nuovi assetti geografici facilitando a sua volta il passaggio dalla cultura medievale di ispirazione tolemaica in favore di quella copernicana. Su queste basi, sorgeranno dei circoli privati, il più attivo fu quello romano tenuto dalla poetessa e nobildonna Vittoria Colonna, (amica di Ludovico Ariosto e Bernardo Tasso – fondatrice dell’Ordine del Divino Amore), a cui parteciperanno oltre a Girolamo Mazzola detto il Parmigianino, Pietro Aretino e Michelangelo Buonarroti. Quest’ultimo che se pur seppe cavalcare con la sua arte, l’onda irrequieta degli anni centrali del Rinascimento, inserendosi sempre in un contesto volto ad un costante aggiornamento (non è un caso che la scultura del Cristo risorto Giustiniani (1515 ca.) sia posta come contraltare all’opposto dell’arazzo di Raffaello), fu destinato, con il suo Giudizio Universale (1536 – 1541) a divenire l’artista più dibattuto durante le sedute portate avanti dalla Riforma Tridentina. Cancellare l’affresco oppure no? L’opera in mostra di Daniele da Volterra, chiamato anche braghettone, ci occorre in aiuto, riportandoci alla mente, che fu proprio questo artista minore, a porre fine alla questione e a mettere mano suo mal grado, al grande apparato pittorico michelangiolesco. Le epoche si inseguono e le stanze snocciolano opere importanti lasciate da Sebastiano del Piombo e da Tiziano, non a caso ancora ritratti di Papi ed ecclesiastici collegati al cantiere nascente del Vaticano. A questo proposito sono interessanti le piante, i progetti e i modelli degli artisti impegnati per l’edificazione della Basilica di San Pietro.
In ultima analisi, a conclusione di questa epoca feconda del Rinascimento, i fratelli Carracci ci conducono alle opere dopo la Controriforma. Quelle che seguono i dettami espressi dal Concilio e quindi dei Carracci e quelle di impronta naturalista espresse nelle opere di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Fanciullo morso da un ramarro (1596-97), tela proveniente dalla fondazione Longhi se pur dibattuta nell’attribuzione, e l’olio su tela con La Madonna dei Pellegrini, (1604-1606), giunta dalla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma, apriranno ad un’altra stagione e ad altri dibatti. Non meno controversi se pensiamo al Caravaggio, oppure ricca di aspettative come fu il Barocco romano. Frutto dell’elaborazione di una pattuglia di eccellenze, come furono gli architetti Bernini e Borromini e il pittore Pietro da Cortona, adesso la scena artistica si sposterà a Roma diventandone anticipatamente la Capitale.

 Barbara Rossi 
Barbara RossiBarbara Rossi si è laureata in Conservazione dei Beni Culturali con indirizzo beni mobili e artistici. Ha curato ed organizzato mostre di artisti contemporanei e convegni tra i quali: “Andrea Palladio Incisore” e “Il libro d’arte, filosofia e cultura nel contemporaneo”. Attualmente si interessa allo studio dell'espressione artistica in relazione a nuove forme di comunicazione.
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