Blade Runner 2049 Voto: 9/10

Al termine della visione, Blade Runner 2049, con il suo lento ed inesorabile incedere, ti lascia qualcosa dentro che è quello che avresti voluto, sin dal primo giorno che hai sentito parlare di un seguito, ma al contempo temevi non potesse accadere.

Redazione Arezzo Notizie
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Invia per email  |  Stampa  |   11 ottobre 2017 14:48  |  Pubblicato in Cultura, eventi e spettacolo, Arezzo


Finalmente ci siamo. Dopo anni di chiacchiere su di un ipotetico sequel, Blade Runner 2049 è finalmente arrivato al buio delle sale italiane.
Sono passati trentacinque anni dall’uscita del primo indimenticabile Blade Runner diretto da un giovane Ridley Scott. Un capolavoro assoluto ed irripetibile. Un’opera cupa, intensa, affascinante e capace letteralmente di oltrepassare il concetto stesso di cinema di genere.
Confrontarsi con tutto questo ha un peso che non può e non deve essere assolutamente trascurato.
Fortunatamente per Blade Runner 2049 nulla è stato lasciato al caso. Hampton Fancher, sceneggiatore del primo, è tornato per lavorare al nuovo copione insieme Michael Green (American Gods, Alien: Covenant, Logan). Fancher ha realizzato una sorta di trattamento, a metà strada tra uno script e un romanzo, di 110 pagine, dalla quale poi Green ne ha ricavato la sceneggiatura. Quella vecchia volpe di Ridley Scott, saggiamente, visti gli esiti altalenanti del nuovo Alien, si è “accontento” di essere tra i produttori esecutivi del progetto lasciando la regia al prodigioso (ormai lo possiamo tranquillamente dire dal momento che non ha mai sbagliato un colpo) Denis Villeneuve.

Al termine della visione, Blade Runner 2049, con il suo lento ed inesorabile incedere, ti lascia qualcosa dentro che è quello che avresti voluto, sin dal primo giorno che hai sentito parlare di un seguito, ma al contempo temevi non potesse accadere.
Se è vero che il film perde in poetica, rispetto all’originale, è pur vero che acquista in quanto a sviluppo della storia. Muovendosi sempre come è giusto che sia tra il noir, l’hard boiled e la fantascienza cyberpunk, costruisce una trama investigativa che ha sicuramente un appeal maggiore anche con i meno avvezzi.

Le atmosfere claustrofobiche della Los Angeles del 2019 fatta di pioggia, fumo e neon del primo film, ormai impresse nel profondo dei ricordi di ognuno di noi, in Blade Runner 2049 vengono mantenute quel tanto che basta per ricordarci che siamo ancora lì, ma Villeneuve, grazie alla straordinaria fotografia di Roger Deakins (giusto uno che è stato candidato all’Oscar per ben 13 volte), restituisce una pellicola che vive di vita propria e che tocca vette estetiche incredibili.
Non solo la ricercatezza di ogni minimo dettaglio (e qui ha fatto scuola l’originale del 1982) ma anche panoramiche dall’alto su distese immense di terre desolate o metropoli futuristiche ma dall’aspetto già vecchio e malconcio.
Uno spettacolo per gli occhi accompagnato dalle musiche di Benjamin Wallfisch e Hans Zimmer che richiamano più di una volta le originali di Vangelis.

Per quanto riguarda il cast, il ritorno di Harrison Ford nei panni di Rick Deckard sfugge dalla trappola del semplice e sterile omaggio. Il suo personaggio, ancora prima del suo ingresso in scena, è una pedina importantissima per il proseguo della storia. Perfetto anche Ryan Gosling nei panni dell’agente K. Già con Drive aveva dimostrato di essere l’uomo giusto per i silenzi, atteggiamento che ben si sposa con il modo di lavorare in sottrazione di Villeneuve.
Jared Leto invece, nel ruolo del villain Neander Wallace – parte inizialmente pensata niente di meno che per David Bowie prima della sua scomparsa – si vede poco, e pensare anche solo per un secondo che avremmo potuto vedere Mr. Space Oddity al suo posto, di certo non lo aiuta, ma comunque se la cava.
Piacevole poi rivedere Edward James Olmos sempre nei panni di Gaff.
Nota di merito infine per Dave Bautista in un piccolo ruolo che ci ricorda quanto sia un attore ancora troppo sottovalutato. Sguardo malinconico e pugni che spingono come compressori: grandissimo!

Denis Villeneuve costruisce una pellicola che pare veramente il naturale seguito del prototipo di Scott. I tempi restano dilatati, forse anche un pò troppo nei suoi 163 minuti non privi di lungaggini, ma capaci di restituire lo spirito del romanzo di Philip K. Dick forse anche meglio di quanto non avesse fatto il vecchio film.

La sensazione di straziante solitudine in cui tutti sono ormai costretti a vivere è tangibile e mai così disarmante. Uomini sostituiti da surrogati che paioni “più umani degli umani”. Si fanno delle domande e sono alla ricerca della verità sulla propria origine tra “innesti” e ricordi reali. Si fa fatica a capire chi è rimasto tra gli umani quando persino un replicante, per sentirsi meno solo, ha bisogno della compagnia di un ulteriore surrogato, un ologramma di cui innamorarsi ma con il quale non potrà mai avere un qualsiasi contatto fisico.

Il cinema è cambiato. Il mondo è cambiato.

È impensabile oggi immaginare che Blade Runner 2049 possa diventare un emblema della fantascienza come l’originale o che alcune battute possano ambire all’immortalità come quelle di Roy Batty/Rutger Hauer: il monologo cinematografico più famoso al mondo tra i monologhi cinematografici più famosi.
Pretenderlo poi sarebbe veramente folle. Quelli erano film pionieristici che solcavano per la prima volta certi mari inesplorati. Adesso dobbiamo goderci il viaggio, ogni volta diverso, utilizzando le coordinate che sono state tracciate negli anni passati.

Blade Runner 2049 in questo ci riesce maledettamente bene, in un connubio tra passato e futuro percorre la propria strada. Come i replicanti del primo film che lottavano per avere una vita più lunga, Blade Runner 2049, simulacro del prototipo, non è destinato ad esaurirsi nel ciclo di un’uscita in sala, ma è destinato a durare nel tempo.

Voto: 9/10

Blade Runner 2049 (USA, 2017)
Regia: Denis Villeneuve
Sceneggiatura: Hampton Fancher, Michael Green
Cast: Harrison Ford, Ryan Gosling, Jared Leto, Ana de Armas, Robin Wright, Mackenzie Davis, Dave Bautista, Barkhad Abdi, Lennie James, David Dastmalchian, Edward James Olmos, Elarica Johnson e Sylvia Hoeks.

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