Tragedia all'ex Standa. La Fraternità Bindi: "Non siamo arrivati in tempo"

"Se ne è andata una persona che aveva, come tutti, il diritto di vivere una vita degna di tale nome". Dalla Fraternità Federico Bindi arriva il commento circa la tragedia che ieri mattina ha visto come protagonista Dragan M. morto a causa di un malore

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"Se ne è andata una persona che aveva, come tutti, il diritto di vivere una vita degna di tale nome".

Dalla Fraternità Federico Bindi arriva il commento circa la tragedia che ieri mattina ha visto come protagonista Dragan M. morto a causa di un malore mentre dormiva su una delle grate che si trovano di fianco al palazzo della ex Standa. Dragan aveva 48 anni ed era arrivato dalla Serbia nel 1983. Aveva solo 8 anni quando insieme alla famiglia prese casa a Monte San Savino. Da allora la sua vita è stata un'altalena di eventi fino a che, negli ultimi anni, era finito a vivere per strada.

Le cause del decesso sono adesso al vaglio degli inquirenti. La pm Julia Maggiore ha disposto una ricognizione cadaverica e solo in caso di necessità potrebbe essere eseguita l'autopsia. Non risulterebbero al momento segni di violenza sul corpo. Resta però da comprendere se a stroncarlo sia stato un malore, il primo freddo dell'inverno oppure altro.

Tanti gli operatori e i volontari che lo hanno conosciuto ed hanno avuto modo di accoglierlo. Tra questi appunto quelli della Fraternità Federico Bindi, realtà attiva nel settore del no-profit.

"Era una persona sola, fragile e mite, che cercava ogni tanto un po' di calore, di amicizia, di fraternità, di famiglia - spiegano dalla Fraternità - Ogni tanto veniva per un caffè, una doccia, o soltanto per sostare nella sala del nostro centro di via Chiassaia, seduto sul divano a guardare le altre persone parlare. Ogni tanto si addormentava su una poltrona, perché dormiva fuori, in strada, cercando di sopravvivere alla vita, e questo è faticoso. Ogni tanto ci chiedeva aiuto. Non siamo riusciti a darglielo, fino in fondo, non siamo arrivati in tempo. Adesso non c'è più, è volato via. Un adulto con il viso di un bambino.

Ciao Dragan".

Nella notte appena trascorsa, nello stesso luogo dove Dragan ha perso la vita dormendo con la testa sul suo zaino, altre persone hanno cercato rifugio sfruttando il calore proveniente dalle grate. Una storia come tante altre che ha colpito Arezzo come un pugno in piena faccia e che ha puntato i riflettori sulla necessità di creare un luogo di accoglienza aperto e gestito in maniera continuata.

Una tragedia che porta il nome della solitudine e del degrado sociale.

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