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04 Feb 2012
Ore 15:57

Con gli occhi rossi e il cappello in mano

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Tito AnisuzzamannÈ così che si presenta al nostro appuntamento Tito Anisuzzamann. I fiocchi di neve ancora incastonati nella sciarpa e il sorriso aperto, ma un po’ stanco. Dopo una settimana di telefonate siamo finalmente riusciti ad incontrarci. Non è facile trovare un momento libero nelle giornate di Tito, bengalese di nascita, ma aretino di “adozione”.
Una ditta di lavorazioni di oro e argento che gestisce in proprio e manda avanti con impegno, presidente dell’Associazione Cultura Bangladesh, referente di Arci Immigrazione per la provincia di Arezzo, attore professionista per una compagnia teatrale fiorentina, presidente dello United Cricket Club Arezzo che riunisce giocatori di ogni nazionalità, capo redattore della rivista multilingua Popoli News, componente a tempo perso dell’Orchestra Multietnica, di cui è stato la mente pensante. “Non so suonare nessuno strumento, ma mi piace seguire l’Orchestra e ballare con loro. Anni fa – ci racconta Tito sorridendo – quando incontravo amici stranieri che nelle serate d’estate si esibivano con i propri strumenti, mi sono trovato a pensare che era un peccato non potessero esprimere il loro talento. È allora che mi è venuta l’idea dell’Orchestra Multietnica, che abbiamo sviluppato con Massimo Ferri e Aurora Rossi grazie anche all’aiuto del Comune di Arezzo, che ha creduto nel progetto”.
Tito è uno di quei classici esempi di stranieri così ben integrati nella società aretina che ci si dimentica di parlare con qualcuno che non sia nato qua. Certo, dopo circa quindici anni di vita trascorsa nella nostra città, ancora il suo italiano lascia un po’ a desiderare. Diciamo che si tratta più di una rivisitazione tutta personale della nostra lingua. L’aretino però, quello sì che lo ha imparato bene!
Ad Arezzo tutti conoscono Tito Anisuzzamann, punto di riferimento per tantissime delle comunità straniere che si muovono e vivono nel nostro territorio e amico sincero di tanti ragazzi aretini vicini al mondo dell’associazionismo. Nato nel 1982 in Bangladesh, arriva ad Arezzo a 17 anni dopo una gita scolastica in Francia e non riparte più. “I miei primi anni ad Arezzo sono stati difficili. Ho accettato tutti i tipi di lavoro, spesso al nero e sottopagato. Ho dormito per strada, rimanendo anche alcuni giorni senza mangiare. È un periodo che ricordo ancora con grande sofferenza. Dopo qualche tempo finalmente ho trovato lavoro in una ditta orafa dove sono rimasto per oltre dieci anni. Con lo stipendio riuscivo finalmente a mangiare e a vivere un po’ meglio. Poi, ho avuto la fortuna di trovare persone leali che mi hanno aiutato ad integrarmi, ragazzi e ragazze che ancora oggi frequento e a cui voglio molto bene. Oggi mi dicono che sono più aretino di loro!”.  Una nota amara, che dovrebbe far riflettere noi “autoctoni”, è che una persona ben integrata, piena di idee, che lavora e ha tanta voglia di fare come Tito, non ha ancora la cittadinanza italiana. Non perché non la vorrebbe, ma perché gli adempimenti burocratici richiesti e i tempi enormemente lunghi lo hanno talmente demoralizzato che oggi a chi glielo chiede, risponde tra il serio e il faceto: “Non ho la cittadinanza italiana perché non la voglio, voi italiani siete tutti matti! Negli ultimi 13 anni sono tornato in Bangladesh solo tre volte, perché lavoravo qui e non avevo soldi e tempo da perdere. Per questo non risulto negli ultimi censimenti fatti nel mio Paese, per cui non posso ottenere i documenti che mi chiedono per ottenere la cittadinanza italiana”.

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