My two cents

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Facebook vede il porno dove non c'è. E tutti dovremmo preoccuparci

Scambiata un'immagine di nuotatori in vasca per una scena di sesso

Non mi era mai capitato, ma c'è sempre una prima volta. Facebook mi ha bloccato. Incitamento all'odio? Razzismo? Violenza? Niente di tutto di questo. Il mio account è stato bloccato (per 24 ore) perché, sulla pagina di Arezzonotizie, ho tentato di condividere, per ben due volte, una (lieta) notizia: l'annullamento della squalifica di 4 anni al nuotatore Michele Santucci. La foto a corredo dell'articolo è una bella immagine di Michele, ai tempi della staffetta azzurra 4x100, abbracciato in piscina coi compagni. Tutti in vasca, quindi, tutti in costume e a torso nudo. Chissà cosa ci ha visto il bot di facebook che ha analizzato l'immagine: "il tuo post viola i nostri Standard della community in materia di nudo o atti sessuali", ecco la scritta che mi è comparsa prima di tentare una nuova condivisione. Confidavo ingenuamente che ci fosse anche un signor Facebook in carne e ossa a vagliare questo tipo di situazioni, evidentemente mi sono sbagliato. Al secondo tentativo sono stato bloccato per 24 ore: l'inappellabile verdetto.

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Aldilà dell'incidente, su cui potrei anche sorridere se non avesse ripercussioni sul mio lavoro, rabbrividisco al pensiero del potere che abbiamo consegnato nelle mani di un social come questo, che ha l'ambizione di diventare collante dell'intera comunità globale. Penso ai post sponsorizzati targati Facebook, grondanti concetti tanto alti quanto vuoti (visto che poi accadono inconvenienti come il mio) come la lotta alle fake news. Penso poi a Mark Zuckerberg, ceo di questa azienda, che si rifiuta di andare in audizione in Paesi preoccupati della gestione della disinformazione online su questo social. Qualche risposta al mare di dubbi l'ho trovata in questo articolo dello storico Yuval Noal Harari, di cui riporto un passaggio particolarmente significativo. In sostanza, spiega Harari, prima che il sistema deragli e che un oscuro Grande fratello possa prendare realmente forma, dovremmo pretendere che Facebook rientri in un alveo istituzionale, sottostando a vere Leggi (mica gli "standard della community"). Già, ma di quale Paese? Occorrerebbe un'intesa tra tutti i Paesi: un accordo poi utile, chissà, ad affrontare tutti i problemi di portata globale (clima, ad esempio), quelli in cui ogni singolo Stato, da solo, è pressoché irrilevante.

La maggior parte delle multinazionali - scrive Harari - segue il dogma neoliberista per il quale le imprese devono occuparsi solo di fare profitti, i governi devono fare il meno possibile e l’umanità deve fidarsi della capacità del mercato di prendere le decisioni più importanti. Un colosso della tecnologia come Facebook ha un motivo in più per presentarsi come un mezzo trasparente: dato il suo immenso potere e l’enorme quantità di dati personali a sua disposizione, sta molto attento a non dire nulla che possa farlo apparire come il Grande fratello. Ci sono sicuramente dei buoni motivi per temere che lo sia. Nel ventunesimo secolo gli algoritmi che gestiscono la raccolta di dati possono essere usati per manipolare le persone in modi che in passato erano inimmaginabili. Prendiamo per esempio le competizioni elettorali: alle elezioni presidenziali statunitensi del 2020 Facebook potrebbe teoricamente sapere non solo chi sono gli indecisi, ma anche cosa bisogna dire a ciascuno di loro per assicurarsene il voto. Delegare tutte le responsabilità al mercato, però, ha i suoi rischi. Il mercato si è dimostrato tremendamente inadeguato ad affrontare i cambiamenti climatici e la disuguaglianza globale, ed è ancor meno probabile che sarà in grado di regolare il potere esplosivo della bioingegneria e dell’intelligenza artificiale. Se Facebook vuole davvero prendere una posizione ideologica, chi teme il suo potere non dovrebbe limitarsi a ricacciarlo nel suo bozzolo neoliberista. Bisognerebbe invece spingere tutte le altre aziende, le istituzioni e i governi a contestarne la visione.

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Nato nel 1983. Giornalista, di bufala adoro solo le mozzarelle. Vivo ad Arezzo, mi sento a casa anche al Trasimeno e in Maremma. Amo scrivere, ho la fortuna di farlo per mestiere dal 2002.

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