My two cents

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Con Fredy bisognava starci prima

Intervistai Fredy Pacini lo scorso marzo, dopo l’ennesimo furto subito. Mi raccontò che da 4 anni aveva preso a dormire nel capannone dell’azienda

Intervistai Fredy Pacini lo scorso marzo, dopo l’ennesimo furto subito. Mi raccontò che da 4 anni aveva preso a dormire nel capannone dell’azienda. Molto lavoro, molti grattacapi e una serie infinita di delinquenti, più o meno organizzati, che volevano mettere le mani sulle sue splendide bici da corsa. Preziose, ricercate e rubate perché facilmente rivendibili all’estero. Parlava e si sentiva che aveva l’ansia addosso. Aveva perso l'esatto conto dei furti (e tentati furti) subiti, disse che c'erano stati 38 episodi solo negli ultimi anni. Parlò della sua vita stravolta, della famiglia con cui non stava più. Il suo diventò un caso, esondò dai piccoli confini di provincia. Un paio di giorni dopo arrivò Canale 5 ad intervistarlo.

Mi sbaglierò: a me non fece l’impressione di una testa calda, anzi. Misi a fuoco un "buono", anche se molto provato. E ora torna comodo usare la formula della “tragedia annunciata” che sa di resa. Ma non ci si può, né ci si deve arrendere.

Nessuno può giudicare Fredy, se non lo Stato italiano. Quello Stato che però, prima di emettere un verdetto, dovrebbe farsi un esame di coscienza: come siamo arrivati a questo punto? In quale stato di abbandono versano le periferie industriali delle nostre province, se un uomo deve vivere in un capannone roso dalla paura?

In uno stato di diritto il monopolio della violenza è in mano alle forze dell’ordine. È il patto a cui tutti scendiamo per il superiore bene della convivenza civile. Per questo non posso picchiare uno che mi sta antipatico, né mi posso vendicare da solo se subisco un torto. Lo Stato ha il dovere di proteggermi e quello di punirmi se sbaglio.

Ieri “Io sto con Fredy” è diventato lo slogan di amici e conoscenti dell’imprenditore: persone a lui vicine, che hanno stesse ansie e identici disagi. Troppi ne condividono pure le disavventure con i banditi.

Ma se poi intervengono politica e istituzioni e dicono “io sto con Fredy” arrivano un pelo tardi. La frittata è fatta. Una persona è morta (e no, per quanto ladro non meritava di morire: abbiamo abolito la pena di morte da oltre 70 anni), un’altra potrebbe avere la vita rovinata.
Ecco, loro dovevano starci prima con Fredy. Garantirgli di vivere tranquillo, in casa propria. Solo che annunciare solidarietà adesso costa zero e rende molto, mantenere efficiente il nostro sistema di sicurezza costa tanto e paga poco (in termini di consensi). Servono soldi, programmazione, applicazione, pazienza. Buone politiche per una buona amministrazione. Troppo macchinoso.

Il tema è la sicurezza: lo svolgimento "legittima difesa" mette a fuoco un aspetto minimo. Ci si scorda delle auto della polizia senza benzina, dei tagli alle caserme, delle questure in perenne sottonumero. E mettiamoci pure che non ci sono più soldi per gli enti locali, che a malapena sono in grado di piazzare telecamere di sicurezza.

Ammetto di non sapere come mi potrei comportare in caso di grave minaccia fisica, per me o per la mia famiglia. Non ne ho proprio idea. Quando le persone sono in pericolo o sotto pressione non sono razionali. Non farei eccezione. Ma la giustizia fai-da-te è una trappola pericolosa per almeno due motivi. Inficia un cardine della convivenza civile e prevede la diffusione di un maggior numero di armi. E le ricerche, ma non ci vuole uno scienziato per dimostrarlo, indicano che più fucili e pistole in giro comportano più insicurezza. Aumentano cioè morti e feriti da arma da fuoco. Questione di probabilità. Se mangio hamburger e patatine per il resto della mia vita aumentano le possibilità che io muoia d’infarto. Più colesterolo, più infarti. Questione di probabilità.

Ma io dall’Italia, dal mio Paese, pretendo ben altro che la privatizzazione della  violenza. Voglio che le forze dell’ordine siano messe in grado di rendere al meglio. E voglio pene certe (le uniche che scoraggiano i banditi, non quelle più dure se poi l’applicazione lascia il tempo che trova) per chi sbaglia. Dai, che sul fronte sicurezza lo sappiamo quali sono le priorità. Iniziamo a pretenderle e a non accontentarci di una delega sulla violenza. 

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Nato nel 1983. Giornalista, di bufala adoro solo le mozzarelle. Vivo ad Arezzo, mi sento a casa anche al Trasimeno e in Maremma. Amo scrivere, ho la fortuna di farlo per mestiere dal 2002.

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