Sabbia e oro: i tesori sepolti in Arno. Roggiolani: “Sfanghiamo il greto, qui scarti per oltre 300 milioni di euro”

Il dibattito attuale, per quello che riguarda il futuro prossimo delle dighe de La Penna e di Levane ha battuto più di una volta sulla possibilità di procedere a un rialzo della struttura senza prevedere alcuna attività di sfangamento.

Claudia Failli
Claudia Failli
Invia per email  |  Stampa  |   12 settembre 2017 12:23  |  Pubblicato in Attualità, Arezzo


Fanghi e oro. Sono queste le grandi ricchezze cullate nel tratto aretino dell’Arno. Una miniera tutta da scoprire e ricca di tesori che possono essere facilmente estraibili e utilizzati in altre attività.

Ad oggi però il letto del fiume è invaso da detriti che altro non hanno fatto che provocare danno. Ne è esempio lampante la situazione riguardante l’invaso della Penna. Struttura che potrebbe contenere fino a 13 milioni di metri cubi di acqua e fungere così da riserva (simile all’invaso di Montedoglio). Ma di fatto, ad oggi secondo gli studi condotti sul posto dagli esperti, la diga è piena di fanghi (per 12 milioni di metri cubi) che altro non fanno che inquinare e togliere spazio ad una risorsa ben più preziosa come l’acqua.

Una situazione ben nota e più volte portata all’attenzione delle autorità competenti da forze politiche e da realtà ecologiste che, negli anni, hanno richiesto interventi mirati e utili allo sfangamento dell’area.
Ma è al termine di quella che è stata una delle estati più siccitose degli ultimi decenni che il tema torna ad essere nuovamente attuale ed impellente.

“Sfangare con le nuove tecniche si può – spiega Fabio Roggiolani, già consigliere regionale e attuale vice presidente della associazione Giga, FREE e cofondatore di Ecofuturo Festival – non determina torbide del fiume e consente di ritrovare il fondo sassoso e quindi la capacità di auto depurazione del fiume”.

L’altro aspetto, poco considerato sino ad oggi, è che oltre ai fanghi nel greto dell’Arno c’è anche un’altra risorsa ben più preziosa (almeno dal punto di vista economico) del fango.

“Si tratta di oro – spiega ancora Fabio Roggiolani – non dimentichiamoci che tra gli anni ’50 e gli ’80 le varie aziende scaricavano tutto in Arno e non raccoglievano le spazzature del lavorato. Queste ultime finivano in Armo. Nei vari saggi che abbiamo effettuato sui fanghi dell’Arno abbiamo individuato residui di oro. Questo significa che, plausibilmente, insieme ai fanghi ci sono anche altre materie da recuperare. Abbiamo stimato, in base ai carotaggi che abbiamo eseguito a fini conoscitivi, che nel tratto aretino del fiume possano essere sepolti scarti orafi per un valore di oltre 300 milioni di euro. Eseguire questa tipologia di lavori con la eco draga verrebbe a costare circa 100 milioni di euro. Un investimento consistente ma che potrebbe essere completamente ammortizzato dai ricavi delle materie estratte. Sabbia, utile per l’edilizia, e oro. Inoltre, riusciremo a mettere in sicurezza un territorio sia dal punto di vista del rischio idraulico che per quanto riguarda il periodo siccitoso. Avere un invaso che blocca 13 milioni di metri cubi di acqua è una bella garanzia di sicurezza”.

Il dibattito attuale, per quello che riguarda il futuro prossimo delle dighe de La Penna e di Levane ha riguardato più di una volta la possibilità di procedere a un rialzo della struttura senza prevedere alcuna attività di sfangamento.

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“Una scelta che potrebbe essere tranquillamente arginata – spiega ancora Roggiolani – le strutture che ci sono, se rimesse a regime, potrebbero tranquillamente essere sufficienti. Inoltre ricordiamoci che l’attività di sfangamento potrebbe contribuire non di poco a preservare l’ecosistema fluviale e rendere maggiormente fruibile l’Arno sotto vari punti di vista”.

 Claudia Failli 
Claudia FailliValdarnese di nascita e aretina di adozione. Cittadina del mondo grazie al web (cit.). Appassionata di fotografia, video e social network. Il mondo lo guardo da un oblò ma non mi annoio nemmeno un po'.
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