La tragedia di San Polo 74 anni dopo l'eccidio. La storia di Eugenio che "rispose pronto al grido della Patria"

“diventarono quarantotto e ebbero nerbate. Furono coperti in tre fosse e sepolti vivi a strati misti a cariche esplosive. I cadaveri furono scoperti da un gruppo della Sackforce. L’ eccidio commosse il mondo anglofono”. Così la procura del...

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“diventarono quarantotto e ebbero nerbate. Furono coperti in tre fosse e sepolti vivi a strati misti a cariche esplosive. I cadaveri furono scoperti da un gruppo della Sackforce. L’ eccidio commosse il mondo anglofono”.

Così la procura del tribunale militare di La Spezia scrive a proposito delle vittime di San Polo. Quegli uomini, donne e ragazzi, uccisi 74 anni fa (esattamente il 14 luglio 1944) per mano delle truppe naziste che durante la ritirata dal territorio aretino compirono atrocità che ancora oggi sono cicatrici indelebili nella memoria della popolazione.

Come sempre, da quasi ottanta anni a questa parte, oggi alle 17,30 la città ricorderà quei tragici avvenimenti con una cerimonia solenne durante la quale verranno ricordate le vittime dell'eccidio.

Tra coloro che persero la vita in questa sanguinosa circostanza c'è anche Eugenio Calò, partigiano e medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

Eugenio Calò

Eugenio Calò era nato a Pisa nel 1905 ma si era trasferito ancora ragazzo ad Arezzo dove per mantenere sé e la propria famiglia aveva aperto una piccola officina per macchine agricole. Sia lui che la moglie erano di religione ebraica, all'indomani della promulgazione delle leggi razziali Calò portò la famiglia a Vicchio nel Mugello ma vennero comunque catturati. Eugenio riuscì a scappare all'ultimo momento mentre la moglie e i figli vennero prima portati a Firenze e poi a Mauthausen. All'arrivo al campo di concentramento, il 23 maggio 1944, Carolina Calò e i quattro figli (il più piccolo nato nei vagoni piombati durante il tragitto) vengono immediatamente avviati alle camere a gas.

Eugenio riuscì a trovare scampo alle persecuzioni al confine fra la provincia di Arezzo e l'Umbria dove fu il principale organizzatore di uno dei battaglioni della Brigata "Pio Borri". Efficiente e instancabile nello svolgere il suo compito di collegamento fra i vari comandi partigiani non si sottrasse al dovere neppure quando, appena scampato ad un rastrellamento, gli venne richiesto da parte del comando inglese di far giungere direttive al comando della Brigata "Pio Borri". Esausto riuscì appena a arrivare a destinazione che assieme ad altri 29 fra partigiani e civili venne catturato durante l'ennesimo rastrellamento tedesco. Era il 14 luglio 1944, i tedeschi portarono i prigionieri a San Polo, alle porte di Arezzo, qui vennero percossi fino allo sfinimento, gettati in delle fosse ancora vivi e sepolti. Con loro vennero sepolte anche cariche esplosive, fatte brillare poco dopo. Medaglia d'oro al Valor Militare

« Rispose pronto al grido della Patria; sapendo moglie e figli catturati, antepose all'amore per la famiglia la fede profonda negli ideali, supremi valori di libertà e di giustizia. Organizzatore ed animatore instancabile, pur menomato nel fisico, dette tutto sé stesso al consolidamento dei reparti partigiani, affrontando intrepido disagi gravissimi e rischi continui. Combattente, vice comandante di divisione partigiana affermava doti altissime di coraggio e di sprezzo del pericolo che specialmente brillarono nell'attraversare le linee germaniche con un follo gruppo di prigionieri che stavano per essere liberati, e consegnarli alle avanzanti truppe alleate. Catturato durante un attacco di sorpresa, interrogato e seviziato ferocemente conservò il più assoluto silenzio. Il nemico furente ne sotterrò il corpo ancora vivo. Esempio fulgido di dedizione totale alla grandezza d'Italia ».

Arezzo, ottobre 1943 - 14 luglio 1944

Ad Eugenio Calò è stata concessa la Medaglia d'Oro al Valor militare alla memoria.

Quello che accadde 48 ore prima della Liberazione di Arezzo, avvenuta il 16 luglio, nelle colline a nord della città è stato raccontato da Orlando Taddeo generale di corpo d'armata comandante generale, nel rapporto inviato il 17 agosto 1944 al Governo e alle autorità militari e contenuto "Eccidi e distruzioni perpetrati dalle truppe tedesche nella provincia di Arezzo" e custodito, così come le foto di quei tragici giorni, nell’archivio della Provincia di Arezzo.

14 luglio 1944

Un gruppo di soldati tedeschi da San Polo (comune di Arezzo) si spinsero nella vicina località Pietramala e al Molin dei Falchi per eseguire un attacco contro i partigiani.

L'attacco venne eseguito alle sei antimeridiane. Gli attaccanti penetrarono nella casa del Molin dei Falchi e, liberati alcuni tedeschi che vi si trovavano prigionieri, davano fuoco alla paglia in prossimità della porta.

II maresciallo tedesco Hans Plumer, già prigioniero, fu udito rispondere alle proteste dei civili, sfollati da Arezzo che indiscriminatamente venivano arrestati, senza riguardo a sesso ed età, con le seguenti testuali parole: "non sfollati, tutti partigiani, tutti morti" e questo nonostante egli fosse a conoscenza della situazione dei civili catturati.

Strada facendo i tedeschi uccidevano una donna in istato interessante che colpirono deliberatamente anche al ventre la madre di questa e un bimbo che si erano fermati un istante per riprendere fiato. E un po’ più in su altri due vecchi che anch'essi non potevano camminare.

Oltre alle vittime già descritte si lamentano sette feriti, di cui un bambino in fasce, uno di due anni, uno di circa sette ed un vecchio, tutti appartenenti ad una stessa famiglia di coloni. Ebbero la stessa sorte una ragazza antecedentemente seviziata, una donna anziana ed un altro vecchio.

Dal Molin dei Falchi per Pietramala per Vezzano, per Maestà di Vezzano, per Castellaccio, arrivarono a San Polo e per la discesa di Castellana per l'Angelo custode, per la Fonte e per le case.

Gli arrestati, che andavano crescendo di numero, divisi in gruppi distinti arrivarono alla villa Mancini. Alcuni di essi furono presi proprio a pochi metri dalla villa Mancini. I prigionieri, quasi tutti civili sfollati, furono rinchiusi nella cantina di Mancini Alfredo, posta a pian terreno e nel garage di Mancini Guido.

Fra i prigionieri vi erano quattro donne con tre bambini uno dei quali paralizzato.

Una era una certa Biondini Palma di Puglia (conosciuta come figlia di Patrizio) che teneva un figlio paralizzato in collo; una certa Vitellozzi che aveva con sé due bambini, uno di dieci anni ed uno di sette circa.

Nel salire dal Molino dei Falchi al Castellaccio e nello scendere di qui a San Polo erano spinti a colpi di calcio di moschetto e a scudisciate.

Nella villa Mancini, sia nella cantina, come nel garage, furono flagellati a più riprese con pezzi di tubo di caucciù, con scudisci e con calci di moschetto nelle gambe, nella schiena e nella testa. I loro lamenti e le grida furono uditi a diverse riprese con esclamazioni: "Oh Dio! Oh Dio! Basta, basta" e furono visti grondanti sangue dalle gambe, dal dorso e perfino alla testa. Diversi ebbero gli abiti ridotti a brandelli.

La sera del 14 luglio alle 17,30 una prima squadra di questi prigionieri uscì dalla Villa Mancini attraverso i campi, raggiunse la villa Gigliosi.

Dopo mezz'ora un’altra squadra percorse lo stesso itinerario. Finalmente, verso le 18,30, un ultimo gruppo fece la stessa strada. Tutti i prigionieri tenevano le mani incrociate dietro la testa, camminavano a stento ed uno era completamente nudo.

Le squadre erano accompagnate da circa 15 soldati ognuno armato di moschetto, di rivoltelle e piccole mazze. I soldati avevano al braccio tre righi neri, su fondo verde in piano ed alcuni tre V capovolti neri su fondo verde.

Circa le ore 19 furono uditi degli spari e detonazioni, poi silenzio assoluto.

Al mattino del 15 luglio un ufficiale del comando tedesco venne a comunicare all'arciprete di San Polo che "quarantasette uomini erano stati fucilati ad ordinanza del Colonnello, costretto da necessità, perché banditi avevano tirato a soldati tedeschi passanti per le strade a piedi o con automezzi e perché avevano tenuto come prigionieri 16, per lo meno, soldati tedeschi che erano stati liberati dagli altri camerati. Questi banditi erano tutti confessi."

L'arciprete domandò le salme per poter dar loro sepoltura; gli fu risposto: "E' gente morta senza onore e quindi arrivati gli inglesi li seppellirete se li troverete; per ora no."

Alla sera del 15 luglio quattro donne rimaste a Villa Mancini con tre bambini furono fatte salire su di un camion il quale partì con gli altri soldati della villa, una parte dei quali aveva la camicia nera e appartenevano alla SS.

Nella Villa Macini dopo la partenza dei tedeschi furono trovati i seguenti indirizzi:

- Obgf Helmut Rotkenstain = Feldpost n.29241. Davanti alla busta si trovava scritto: Frau Irmgard Salinga.5 b Rapatten ù. Ostarode (Ostpr).

Mittente: Arb Abger Gerhard Salinga Feldpost n.29241. Interno della busta in un biglietto vi era il seguente indirizzo: Rudolf Kohlen F.P.N. 29241 Fascette per stampa con l’indirizzo: Ecalesisch Laudespest Neisse Feldpost Soldat Paul Rieger, Feldpoat n.26598 A.

A seguito di ciò avendo la voce pubblica additato come luogo dell'esecuzione la Villa Gigliosi in San Polo, il reverendo arciprete don Angelo Lazzeri, la sera del 17 luglio, non appena occupato il paese dagli inglesi, ordinava il disseppellimento delle vittime che venivano traslate per la maggior parte nel camposanto di San Polo.

Furono rinvenuti quarantotto e non quarantasette cadaveri degli arrestati e detenuti nella Villa Mancini e massacrati alla Villa Gigliosi, la morte dei quali è avvenuta secondo il parere dei medici per alcuni per arma da fuoco e per altri per soffocamento ed esplosione di gelatina.

Federico Albiani, 56 anni

Pietro Badii, 75 anni

Severino Badii, 27 anni

Luigi Benvenuti, 38 anni

Vittorio Bianchini, 60 anni

Getulio Bindi, 46 anni

Oscar Bindi, 41 anni

Silvano Bindi, 21 anni

Adelmo Biondini, 42 anni

Antonio Bruni, 19 anni

Carlo Bruno, 21 anni

Giuseppe Bruschi, 40 anni

Ugo Buzzini, 18 anni

Eugenio Calò, 38 anni

Antonio Cardeti, 23 anni

Ottorino Castellani, 21 anni

Donato Catalani, 31 anni

Laura Cerofolini, 21 anni

Conforta Chiodini, 37 anni

Matteo Chiodini, 60 anni

Severino Chiodini, 35 anni

Umberto Damiante

Giosuè Detti, 38 anni

Alfio Franceschi, 18 anni

Michele Frescucci, 64 o 65 anni

Luigi Gastaldelli, 21 anni

Quinto Genalti, 19 anni

Luigi Giannini, 18 anni

Rodolfo Giannini, 44 anni

Vasco Lisi, 33 anni

Filippo Mangano, 30 anni

Giuseppe Mattesini, 22 anni

Gino Mattioli, 21 anni

Oreste Menzetti (O Renzetti?), 59 anni

Giuseppe Montai, 44 anni

Paolo Pacini, 37 anni

Attilio Pannoli, 22 anni

Alberto Pea, 19 anni

Alfonso Picinotti, 57 anni

Lorenzo Picinotti, 21 anni

Giancarlo Praderio, 19 anni

Luigi Recine, 17 anni

Angelo Ricapito, 20 anni

Silvano Righi, 21 anni

Remigio Romani, 38 anni

Mario Sbrilli, 22 anni

Antonio Siino, 22 anni

Ivano Tanelli, 20 anni

Donato Tavanti, 43 anni

Francesco Tomei

Angelo Vitellozzi, 76 anni

Pietro Vitellozzi, 41 anni

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