Dal Ghana al museo di Bibbiena, fino all'accoglienza delle mamme in difficoltà: la storia di Ibrahim

Una vita intensa e piena di colpi di scena. E' quella del 25enne Ibrahim: ecco la sua storia di speranza e di integrazione

Dal Ghana a Bibbiena, dove al museo archelogico dava spiegazioni in inglese ai turisti stranieri. Fino ad occuparsi di mamme in difficoltà in una casa famiglia. La vita di Ibrahim è un concetrato di tante vite. Il rocambolesco viaggio per raggiungere l'Italia, la paura provata in Libia, la sua "seconda famiglia" in Casentino. Oggi 25enne, Ibrahim è un esempio di come l'integrazione possa realizzarsi. La sua storia è iniziata come quella della maggioranza dei migranti: un viaggio colmo di speranza, per costruirsi un futuro. E adesso, inserito nell'accoglienza dello Sprar di Castiglion Fibocchi, la racconta così

Il viaggio e l'Odissea della Libia

Dal Ghana alla Libia in 21 giorni. In viaggio di notte, chilometri su chilometri, ha attraversato Burkina Faso, Niger fino ad approdare in Libia. Poi l'Odissea.

"Non sapevo che un giorno sarei arrivato in Italia. In Libia avevo iniziato a lavorare, prima come muratore poi in un autolavaggio. Vivevo in casa con altri giovani. Una notte però 4 rapinatori armati di pistola sono entrati nella nostra abitazione: è stato terribile. Erano armati, hanno ucciso un mio amico, un ragazzo del Sudan, e poi si sono portati via tutto quello che avevamo. Allora ho capito che sarei dovuto scappare". 

Non sentendosi più sicuro in quell'abitazione, accettò l'ospitalità del suo datore di lavoro. Ma era una trappola: "Rimasi per sei mesi chiuso in quella casa: quando uscivano serravano tutto. Io dovevo occuparmi dei lavori domestici, senza ricevere uno stipendio. Sono riuscito a scappare dopo sei mesi: avevano dimenticato una chiave in casa e io ho subito colto l'occasione". 

A quel punto ha iniziato a raccogliere soldi per il viaggio in Italia: "Mi servivano mille euro - racconta - ho lavorato come muratore e dopo quattro mesi ero riuscito a mettere insieme la somma. Era l'aprile del 2015".

Era notte quando salirono su una carretta del mare: circa 120 persone. Dopo quattro ore di navigazione intravidero una nave militre. "Pensavamo fossero italiani, ma erano soldati libici che ci hanno riportato indietro". In Libia è rimasto incarcerato fino al settembre. Poi tornato in libertà si è cercato nuovamente un lavoro, ha messo insieme altri mille euro ed ha atteso la successiva partenza per l'Italia.

"Era il 26 marzo del 2016 quando ci hanno chiamati - racconta - ci hanno fatti salire in 130 su una barca. Uomini, donne, bambini. Era notte, gli hanno detto che siamo passati di fronte a Tunisi, poi di fronte alle coste di Malta. Siamo rimasti in mare fino al 30 marzo, quando una Ong tedesca ci ha salvati". 

Beauty, Miracle, Manena, Moses, Idrissa: storie di migranti che ad Arezzo hanno trovato accoglienza

Il Casentino, la seconda casa

Pochi giorni dopo Ibrahim è arrivato in Casentino, a Soci.

"L'approccio non fu dei migliori. Eravamo in cinque e pochi in paese sapevano che saremo stati accolti in una struttura del luogo. Così la prima sera, siamo usciti per vedere Soci e qualcuno si è spaventato e ha chiamato i Carabinieri. Sono stati i militari a spiegare che eravamo migranti e che non avevamo cattive intenzioni".

Dopo le brusche presentazioni, però, le braccia dei casentinesi si sono spalancate.

"Soci per me è stata come una seconda famiglia: negli ultimi tempi partecivamo alle attività della comunità, facevamo i volontari nelle feste paesane, se qualcuno doveva dare un lavoretto ci chiamava e ci dava anche un piccolo compenso. Una seconda famiglia".

Dal 2016 il giovane ha frequentato corsi, conseguito il diploma di terza media, svolto il servizio civile presso il Comune di Bibbiena. 
"E' stata un'esperienza molto, molto bella. Svolgevo il servizio presso il museo archeologico e facevo la guida in inglese per i turisti stranieri". Non solo. Acquisito il diploma ha seguito un corso per assistenza di base. 

"A casa mia in Ghana mi prendevo sempre cura di mia nonna - dice - ci vuole molta dedizione per assistere le persone. E' un lavoro che mi piace".

Oggi questa sua disponibilità verso gli altri è diventata un lavoro: si occupa infatti di assistenza di base presso una struttura dell'Associazione Thaoma che ospita mamme in difficoltà con bimbi piccoli. 

"Un lavoro bellissimo - afferma - che mi darà anche la possibilità di aiutere gli altri e di guardare al futuro e diventare autonomo". 

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Tensione al supermercato: zuffa tra due signore, arrivano i Carabinieri

  • Le classifiche dalla serie C alla Terza categoria | 2019/2020

  • Coronavirus, Ghinelli a Firenze: "Proporrò la chiusura delle scuole"

  • Coronavirus, primi casi in Toscana. Due tamponi positivi a Firenze e Pistoia

  • Coronavirus, numeri telefonici presi d'assalto. Rossi: "Negli ospedali percorsi dedicati". L'appello ai cittadini

  • Coronavirus, Arezzo fa prevenzione. Dal Ministero: "Isolamento obbligatorio in caso di contatto con infetti"

Torna su
ArezzoNotizie è in caricamento