Dormitorio, Caritas: "Pronti a fare la nostra parte, come sempre". Appello alla comunità aretina

Domitorio sì, no, quando e quanto resterà aperto. Non soltanto i diretti interessati si pongono queste domande e sono in attesa di risposte, ma quella delle condizioni dei senzatetto ad Arezzo è un tema al centro del dibattito cittadino. Una...

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Domitorio sì, no, quando e quanto resterà aperto. Non soltanto i diretti interessati si pongono queste domande e sono in attesa di risposte, ma quella delle condizioni dei senzatetto ad Arezzo è un tema al centro del dibattito cittadino. Una questione di dignità per alcuni, di sicurezza per altri. E' una vera e propria missione per la Caritas Diocesana, proprio per essere il braccio operativo della Chiesa in tema di carità, di povertà e di accoglienza.

"La nascita del dormitorio per senzatetto è del 2013 in via Padre Caprara - racconta il vicedirettore Alessandro Buti - dove si aprì una struttura della Caritas per rispondere all'emergenza freddo per coloro che vivono in strada, ci furono notevoli investimenti per una soluzione temporanea che poi ha trovato nel Comune di Arezzo una nuova collaborazione a partire dal 2016."

Fu proprio anno scorso in seguito al tremendo inverno che si stava vivendo anche ad Arezzo che il Comune trovò un nuovo locale, una struttura più adeguata, a piano terra del palazzo Fossombroni in piazza San Domenico. Alcuni lavori necessari portarono l'apertura al 16 gennaio 2017. 24 posti letto, una doccia e tanti volontari impiegati.

Già perché uno dei nodi è proprio quello di garantire l'apertura con almeno due volontari formati per ogni notte. Il coordinamento dei volontari è uno dei compiti di Caritas che ha gestito il dormitorio nei suoi 118 giorni di apertura.

Da parte dei clochard aretini e di alcune associazioni in queste settimane si è intensificata la richiesta di un'apertura più tempestiva del dormitorio, per più tempo e magari iniziare un ragionamento perché possa diventare permanente.

dormitorio Flash mob per il dormitorio

L'ultima azione è stato il flash mob degli stessi senzatetto in piazza San Domenico, l'assessore al sociale Lucia Tanti ha già convocato una riunione con Caritas e le associazioni coinvolte, ma è convinta che il dormitorio non sia la risposta principale, anzi che sia l'ultima da scegliere, solo dopo aver cercato, con i servizi sociali, di portare fuori dai bisogni questa fascia debole della popolazione.

"Noi siamo pronti a fare la nostra parte, come sempre facciamo, 365 giorni all'anno - ha aggiunto l'altro vicedirettore Andrea Dalla Verde - ma non vorremmo essere gli unici, anzi faccio un appello a tutta la città. Le altre associazioni e i club service che sono attivi in questo territorio potrebbero essere al nostro fianco perché servono persone e risorse, senza dimenticare che ogni giorno, per il ruolo che copriamo, ci occupiamo del disagio, non solo di uomini e donne di strada, ma anche di molte altre povertà che ci sono e restano sommerse."

"Il progetto che ha dato vita al primo dormitorio invernale nel 2013 si chiamava "Non c'era posto per loro." Proprio come nel Vangelo si legge il rifiuto di accogliere a Betlemme Maria partoriente. Noi abbiamo avuto il merito di promuovere un servizio per le persone più svantaggiate. Adesso tocca alla comunità aretina e se vogliamo evitare che sia sempre un servizio a bassa soglia, in futuro possiamo investire anche su figure professionali e destinare anche maggiori risorse pubbliche e private."

"Se con il volontariato siamo arrivati a questo risultato - ha aggiunto infine Alessandro Buti - con poco di più si può solo che migliorare, servono però risorse e anche professionalità, perché non si potrà continuare a delegare ai semplici volontari un servizio che è sempre più delicato. L'esigenza c'è, resta da capire con quale modalità si vorrà dare una risposta a questo bisogno."

Di certo resta aperta anche la questione di un eventuale dormitorio permanente, sul quale l'assessore Tanti non pare d'accordo. Il bisogno che prima c'era di rispondere in emergenza ad una emergenza, sembra sempre più trasformarsi. Il fenomeno dei clochard sia italiani che stranieri, appare adesso non più temporaneo, ma ben strutturato. Servirà a questo punto una risposta strutturata dentro la quale tutti, compresi i clochard, agiscano entro determinate regole?

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