Sempre più donne povere chiedono aiuto. Il rapporto povertà 2018 di Caritas: “Serve un tavolo permanente di lavoro”

Ci sono alcuni dati consolidati che preoccupano, come quello della fascia più colpita, persone tra i 40 e i 49 anni, in aumento l’incidenza delle donne e la presenza di figli minori a carico.

Enrica Cherici
Enrica Cherici
Invia per email  |  Stampa  |   11 luglio 2018 11:00  |  Pubblicato in Attualità, Arezzo, Casentino, Valdarno, Valdichiana, Valtiberina


Si chiama Astanti il nuovo rapporto sulla povertà stilato dalla Caritas Diocesana di Arezzo, Cortona e Sansepolcro. Uno spaccato che è duro quanto reale e del quale le istituzioni devono tenere in considerazione quando decidono le proprie strategie politiche di sostegno sociale ed economico. I poveri non sono aumentati, sono pressoché costanti, ma i dati forniscono sfaccettature da leggere, sulle nicchie di disagio, sulle zone d’ombra, sulle sacche della fragilità della nostra comunità. I protagonisti del rapporto Caritas sulla povertà 2018 sono gli astanti:

“Astanti” è un nome che ci richiama all’attesa, allo stare in piedi e in fila uno dietro l’altro – spiegano nel rapporto – Anche i dati 2017 sui fenomeni di povertà sono così. Ci danno la visione di una realtà sociale in attesa di capire se potrà migliorare o se peggiorerà drammaticamente nel prossimo futuro. L’immagine di copertina non definisce le motivazioni degli astanti ed è purtroppo così anche per noi che studiamo in modo scientifico ed analitico le povertà locali da tanti anni; in fondo siamo a nostra volta astanti che non capiscono ancora quando arriverà il turno dei poveri di essere a pieno cittadini considerati e integrati.”

Lo studio analizza la povertà in base alle persone che hanno avuto accesso ai servizi della Caritas in provincia di Arezzo. Nel corso dell’anno 2017 sono state 2.101 le persone e famiglie registrate. Questo l’andamento storico:

 

Il calo delle registrazioni rilevate nel 2017 rispetto all’anno precedente può essere in parte spiegabile con un leggero miglioramento dell’economia e dell’occupazione del territorio aretino e con una percettibile flessione dei residenti stranieri. Purtuttavia, un calo nelle registrazioni del network Caritas non significa purtroppo una totale fuoriuscita delle persone/famiglie dalla povertà e dal disagio. Rispetto al sistema di rilevazione della Caritas diocesana, basato su dati visibili e valutabili, resta un disagio sommerso ancora troppo diffuso e difficilmente aiutabile, come pure restano in auge sistemi informali di aiuto di carattere puramente assistenziale che rischiano di soddisfare solo le esigenze particolari del bisogno e non di promuovere la dignità della persona e la sua completa riabilitazione.

La nazionalità:

Le prime 5 nazionalità rilevate sono: Italia 33,7%; Marocco 13,4%; Romania con l’11,9%; Albania 8,5%; Nigeria 6,1%. In costante diminuzione, come rilevato negli ultimi anni, la nazionalità rumena.  Evidenziamo una forte diminuzione della presenza rumena ai nostricentri. Storicamente, dall’inizio delle nostre ricerche, era semprestata la nazionalità straniera maggiormente rilevata. Nel 2017, invece, la prima provenienza registrata è quella dal Marocco. Confrontando i dati con quelli rilevati nell’anno precedente, notiamo però che la presenza marocchina non risulta aumentata (l’incidenza percentuale è rimasta invariata) mentre quella rumena è notevolmente diminuita (15,7% nel 2016, quindi una riduzione di ben 3,8 punti percentuali in un solo anno). Questo conferma quanto già rilevato nel precedente rapporto: un progressivo e consistente decremento della presenza di persone della Romania ai centri Caritas.

La residenza territoriale

Risulta chiara la prevalenza di persone residenti nella zona cittadina. In particolare, 870 persone hanno dichiarato di essere residenti nel Comune di Arezzo. Gli altri comuni di riferimento delle vallate sono Sansepolcro per la Valtiberina con 114 registrazioni, Cortona per la Valdichiana con 93, Bibbiena per il Casentino con 89 e Terranuova Bracciolini per il Valdarno con 60. In questi 4 comuni sono anche presenti i quattro Centri di Ascolto zonali che fanno da riferimento per il sostegno e la presa in carico delle persone in stato di bisogno residenti nei rispettivi territori. Sul totale di 2.101 registrazioni, ben 1.791 risultano residenti in uno dei comuni della provincia aretina (l’85,2%), 103 persone (4,9%),prevalentemente singoli, sono risultati essere residenti in Comuni di altre province italiane e 207 persone (9,9%) non hanno dichiarato la propria residenza.

La fascia d’età

Il grafico ci mostra come negli ultimi cinque anni la maggior parte delle persone registrate abbia avuto un’età compresa tra 30 e 49 anni. E’ purtroppo un dato consolidato e anche preoccupante, nonostante nel 2017 ci sia stata una leggera diminuzione di questa fascia di età rispetto all’anno precedente. Si tratta troppo spesso di persone che si rivolgono agli sportelli Caritas portando il bisogno non solo personale ma anche quello delle rispettive famiglie. Per questo il ruolo dell’ascolto e della conoscenza dei problemi risultano essere fondamentali per attivare interventi di sostegno mirati non solo a chi richiede aiuto ma a tutti i possibili beneficiari della famiglia. Evidenziamo però nel 2017 l’aumento delle persone ultracinquantenni, in particolare nelle fasce di età 50-59 (un punto percentuale in più rispetto all’anno precedente), 60-69 (+1,9%) e 70- 79 anni (+0,7%). Questo dato ci spinge a due riflessioni: da un lato sempre più persone in età avanzata si ritrovano in difficoltà nell’affrontare spese di carattere ordinario e straordinario con le proprie risorse personali, soprattutto in relazione al bisogno abitativo nella sua complessità (affitto, utenze, tasse, manutenzione); dall’altro i servizi Caritas, diocesani e parrocchiali, sono riusciti forse a farsi più prossimi alle persone anziane, con progetti e servizi mirati volti proprio al sostegno di questa fragile componente delle nostre comunità.

La condizione lavorativa

La mancanza di lavoro è un problema che riguarda la maggior parte delle persone incontrate. Il 62,8% ha dichiarato infatti di essere disoccupato; a questo dato è necessario aggiungere anche coloro che risultano inoccupati (casalinghe, studenti, non autorizzati al lavoro) che rappresentano il 3,4% delle registrazioni. Emerge quindi che il 66,2% delle persone incontrate è privo di una fonte di reddito personale, con la conseguente difficoltà e/o impossibilità di sostenere le spese per le necessità primarie personali e familiari.

Sicuramente il dato delle persone che lavorano senza regolare contratto è enormemente sottostimato. Come vediamo, infatti, risultano solo 22 persone che hanno dichiarato apertamente di avere un lavoro in nero; purtroppo, sappiamo che nella realtà sono molte di più le persone che cercano di arrangiarsi svolgendo alcune ore di pulizie o piccoli lavoretti senza alcuna tutela ed è possibile che molti richiedenti aiuto abbiano dichiarato di essere disoccupati pur avendo un impegno lavorativo continuo non contrattualizzato. Non potendo avere un riscontro effettivo sulla dimensione del “lavoro in nero” è giusto ricordarci che pur dichiarando di essere “disoccupati” molti cittadini sicuramente si arrangiano con lavori non regolari.

In aumento, in maniera lieve ma costante negli ultimi anni, la registrazione di persone occupate. Come già sottolineato nelprecedente Rapporto diocesano denominato “Rimandati”, questodato sembrerebbe denotare un aumento di situazioni in cui, nonostante la presenza di almeno una fonte di reddito certa, non viene meno la fatica e la difficoltà a sostenere tutte le spese necessarie al sostentamento personale e familiare. Sono tante le persone con un reddito da lavoro non adeguato a fronteggiare il costo della vita, incapaci di produrre un proprio risparmio e di far fronte in autonomia agli eventuali imprevisti. Sono le persone che vivononella famosa “zona grigia”, una categoria di persone sempre piùvasta che sta mettendo in seria difficoltà il ceto medio.

Come sappiamo ormai bene, la mancanza di occupazione, cheriguarda oltre il 66% delle persone registrate, non è l’unica causadelle difficoltà delle persone e delle famiglie che si rivolgono ai nostri servizi. Soprattutto presso i Centri di ascolto, luoghi privilegiati di incontro e di relazione umana, emergono spesso situazioni multiproblematiche, con complessità che necessitano un buon lavoro di rete con gli altri servizi territoriali, a partire dai servizi sociali e da quelli specialistici come il SerD, il Consultorio e il DSM.

Altri dati:

Le persone che hanno usufruito dei servizi Caritas hanno dichiarato di essere coniugato 53,5%; celibe/nubile 23,7%; divorziato/separato 17,4%; vedovo/a 5,1%; non dichiarato 0,3%.

Le principali condizioni abitative registrate sono: abitazione in affitto 58,9%; casa di accoglienza/dormitorio 8,2%; edilizia popolare 8,1%; abitazione propria 6,7%; senza alloggio 6,6%; abitazione amici/familiari 5,6%. Il rimanente 5,9% rappresenta altre tipologie di abitazione (datore di lavoro, baracca, auto, camper, tenda…). La distinzione per tipologie di convivenza è: nucleo familiare1 65,1%; solo/a 17,9%; nucleo non familiare 9,8%; casa accoglienza 2,8%; altro 0,4%; non dichiarato 4,0%. Il 38,5% ha dichiarato di avere figli minori a carico, per un totale di 1.448 minori sostenuti indirettamente. I principali titoli di studio dichiarati sono: licenza media inferiore 42,9%; diploma/licenza media superiore 23,6%; licenza elementare 17,8%; nessun titolo 5,2%; laurea 4,2%; il restante 6,3% delle persone non ha dichiarato il proprio titolo di studio.

Le persone che si sono rivolte a Caritas hanno anche segnalato una delle seguenti problematiche per un totale di 3.651, con una media di 1,7 problematiche per ogni registrazione. Esse sono così suddivise: povertà/problemi economici con il 54,5%; problemi di occupazione/lavoro con il 16,0%; problematiche abitative con il 7,2%; problemi familiari con il 7,1%; problemi di salute 6,3%; bisogni in migrazione 3,3%; dipendenze 1,5%; detenzione/giustizia 0,6%; handicap/disabilità 0,4%; altri problemi 1,1%.

Una mole di dati che la Caritas offre come riflessione alla comunità e alle istituzioni:

Continuiamo a sperare, anche se ci sentiamo astanti in attesa da molti anni, che questo nostro impegno faccia nascere nelle istituzioni aretine un tavolo permanente di confronto sui temi della povertà. Ringraziando tutti gli operatori e i volontari che hanno contribuito a questa analisi sociale, non ci resta che continuare a sperare in una crescita dei servizi di prossimità e di sostegno alle categorie più fragili del nostro territorio aretino e nell’avvio di una nuova cultura sociale di accoglienza e di promozione umana.

 

 Enrica Cherici 
Enrica ChericiAretina D.o.c.g., giornalista con la passione amaranto. Mamma consapevole, moglie.
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